Domenica 4 Ottobre 2026 16:10
Tarquinio Prisco e Atto Navio: il potere sotto lo sguardo degli dèi
Tarquinio Prisco e Atto Navio: il potere sotto lo sguardo degli dèi
Nel precedente articolo del nostro viaggio nel Foro Romano dei miti abbiamo raccontato come Numa Pompilio avesse cercato di ordinare la città attraverso i riti, le leggi e il rapporto con gli dèi. Molti anni dopo, durante il regno di Tarquinio Prisco, quello stesso principio sarebbe stato messo alla prova nel cuore politico di Roma. […]
Tarquinio Prisco e Atto Navio: il potere sotto lo sguardo degli dèi
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Tarquinio Prisco e Atto Navio: il potere sotto lo sguardo degli dèi
Nel
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del nostro viaggio nel Foro Romano dei miti abbiamo raccontato come Numa Pompilio avesse cercato di ordinare la città attraverso i riti, le leggi e il rapporto con gli dèi. Molti anni dopo, durante il regno di Tarquinio Prisco, quello stesso principio sarebbe stato messo alla prova nel cuore politico di Roma. Nel Comizio, davanti alla Curia, la tradizione ambientava infatti un confronto nel quale non si scontrarono due eserciti, ma due forme di autorità: da una parte il potere del re, dall’altra la volontà divina interpretata da un augure.Il re era Tarquinio Prisco. Dopo una battaglia combattuta contro i Sabini, si era convinto che l’esercito romano avesse bisogno di una cavalleria più numerosa. le tre antiche centurie equestri – i Ramnes, i Tities e i Luceres, note in italiano come Ramnensi, Tiziensi e Luceri – erano attribuite dalla tradizione all’ordinamento stabilito da Romolo. Tarquinio voleva aggiungerne altre e, secondo Livio, contraddistinguerle con il proprio nome.
Non si trattava soltanto di una riforma militare. Dare il proprio nome alle nuove unità avrebbe permesso al re di imprimere il segno della propria autorità sopra un’istituzione che risaliva al fondatore della città. Ma proprio perché Romolo aveva costituito quelle centurie dopo aver consultato gli auspici, la loro organizzazione non poteva essere modificata ignorando il consenso divino.
A opporsi al progetto fu Atto Navio, uno degli auguri più celebri della tradizione romana.
Gli auguri non predicevano semplicemente il futuro. Il loro compito era osservare e interpretare i segni attraverso i quali gli dèi manifestavano se un’azione pubblica potesse essere intrapresa. Studiavano soprattutto il volo e il comportamento degli uccelli all’interno di una porzione di cielo delimitata ritualmente con il lituus, il bastone ricurvo che costituiva il simbolo della loro funzione.
![Museo del Foro Romano, il cd. Augure del Lapis Niger [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/10/Augure_Lapis_Niger.jpeg)
Museo del Foro Romano, il cd. Augure del Lapis Niger [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Gli auspici non stabilivano necessariamente che cosa sarebbe accaduto: indicavano se gli dèi approvassero l’azione che gli uomini intendevano compiere. Prima di convocare un’assemblea, iniziare una guerra o assumere una decisione pubblica importante, occorreva accertarsi che la comunità agisse in accordo con la volontà divina.
Cicerone riassume la centralità di questa pratica con parole molto nette (De divinatione, I, 3):
Nessun affare pubblico si compiva in patria o in guerra senza aver prima preso gli auspici.
La tradizione attribuiva ad Atto Navio origini umilissime. Cicerone racconta che da ragazzo, a causa della povertà, custodiva i maiali. Un giorno ne smarrì uno e promise a un dio che, se lo avesse ritrovato, gli avrebbe offerto il grappolo d’uva più grande della propria vigna. Ritrovato l’animale, si pose al centro del vigneto, rivolto verso mezzogiorno, e divise ritualmente lo spazio in quattro parti. Seguendo i segni degli uccelli, individuò infine un grappolo di eccezionale grandezza. La fama della sua capacità augurale cominciò così a diffondersi fra gli abitanti della regione (De divinatione, I, 31).
Il racconto sembra anticipare ciò che accadrà nel Foro. Atto Navio non possiede ricchezze, un esercito o un’autorità politica. Il suo potere deriva dalla capacità di dividere e osservare lo spazio, riconoscendo al suo interno i segni inviati dagli dèi.
Quando Tarquinio volle modificare l’ordinamento delle centurie equestri, Atto dichiarò che nulla poteva essere cambiato o istituito senza un responso favorevole degli uccelli. Il re si adirò e decise di mettere alla prova l’augure, forse anche per esporlo al ridicolo davanti al popolo.
Livio e Cicerone raccontano entrambi ciò che accadde. Tarquinio chiese ad Atto Navio di consultare gli auspici e di stabilire se fosse possibile compiere ciò che aveva in mente. L’augure delimitò ritualmente il cielo, osservò gli uccelli e rispose che l’azione poteva essere compiuta. Soltanto allora il re rivelò il proprio pensiero: voleva che Atto tagliasse una cote, la pietra utilizzata per affilare le lame, servendosi di un semplice rasoio (Livio, Ab Urbe condita, I, 36, 3-5; Cicerone, De divinatione, I, 32). Proprio da Cicerone riportiamo la seguente citazione:
La pietra fu portata nel Comizio e, sotto gli occhi del re e del popolo, venne tagliata con il rasoio.
Proviamo a immaginare la scena nel luogo in cui la tradizione la collocava. Il re è davanti alla Curia, circondato dai cittadini; la cote viene deposta nel Comizio. Tutti aspettano che il rasoio si spezzi o scivoli inutilmente sulla pietra. Atto Navio lo impugna, colpisce e la cote si divide.
Dionigi di Alicarnasso introduce però una variante significativa: dopo il responso dell’augure, sarebbe stato lo stesso Tarquinio a impugnare il rasoio e a tagliare la cote, verificando personalmente la veridicità del segno divino (Antichità romane, III, 71).
Il prodigio non dimostrava soltanto la capacità personale dell’augure. Affermava che la volontà divina poteva imporre un limite persino al potere del re. Tarquinio poteva comandare l’esercito e modificare le istituzioni, ma non poteva cancellare il vincolo religioso sul quale quelle istituzioni si fondavano. Livio racconta infatti che il re rinunciò a creare nuove centurie contraddistinte con nomi diversi. Riuscì comunque ad accrescere la cavalleria, raddoppiando gli uomini assegnati alle tre unità tradizionali: i nuovi cavalieri conservarono i nomi di Ramnes, Titienses e Luceres, accompagnati dalla qualifica di posteriores, “secondi” o “aggiunti” (Ab Urbe condita, I, 36).
Questo particolare è importante. Atto Navio non impedisce ogni cambiamento e non sconfigge politicamente Tarquinio. Costringe però il re a rispettare la forma religiosa dell’ordinamento esistente. La riforma può essere realizzata, ma senza presentarsi come una rifondazione personale capace di cancellare ciò che Romolo aveva istituito con l’approvazione degli dèi.
Le fonti non raccontano l’episodio esattamente nello stesso modo. Livio inserisce il prodigio nella narrazione del progetto di Tarquinio di riformare le centurie equestri; Cicerone, nel De divinatione, premette invece il racconto della giovinezza di Atto Navio e concentra l’attenzione sulla prova escogitata dal re e sulla fama acquistata dall’augure. Nel De re publica ricorda anch’egli che Tarquinio non poté cambiare i nomi di Ramnes, Tities e Luceres a causa dell’opposizione del celebre Atto Navio (De re publica, II, 36). Dionigi di Alicarnasso offre una narrazione ancora più ampia, ma conserva lo stesso nucleo: il contrasto sulla cavalleria, la consultazione degli auspici e la cote tagliata con il rasoio (Antichità romane, III, 70-71).
Non dobbiamo quindi leggere il prodigio come la cronaca verificabile di un fatto avvenuto nel VI secolo a.C. È un racconto trasmesso da autori vissuti molti secoli dopo l’età regia, quando la figura di Atto Navio apparteneva ormai alla memoria religiosa e politica della città. Tuttavia, proprio la concordanza delle fonti sui suoi elementi essenziali mostra quanto la vicenda fosse importante per i Romani. Livio ne ricava una conseguenza generale (Ab Urbe condita, I, 36):
Gli auspici e l’ordine degli auguri acquistarono un onore tanto grande che nulla si compiva senza la loro autorizzazione.
Assemblee e decisioni pubbliche potevano essere sospese o annullate quando gli uccelli fornivano un segno sfavorevole. Nella Roma repubblicana gli auspici sarebbero rimasti strettamente intrecciati all’esercizio delle magistrature: il rapporto con gli dèi non costituiva una sfera separata dalla politica, ma una delle condizioni che rendevano legittima l’azione pubblica.
![Il Comizio davanti alla Curia Iulia. In questo settore del Foro la tradizione ambientava il prodigio di Atto Navio. La Curia visibile oggi appartiene però alla sistemazione iniziata da Cesare e completata da Augusto e non coincide con l’antica Curia Hostilia davanti alla quale le fonti collocavano l’episodio [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/08/Curia.jpg)
Il Comizio davanti alla Curia Iulia. In questo settore del Foro la tradizione ambientava il prodigio di Atto Navio. La Curia visibile oggi appartiene però alla sistemazione iniziata da Cesare e completata da Augusto e non coincide con l’antica Curia Hostilia davanti alla quale le fonti collocavano l’episodio [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Il prodigio lasciò, secondo le fonti, una traccia materiale nel Foro. Livio racconta che nel Comizio, sui gradini situati alla sinistra della Curia, era stata collocata una statua di Atto Navio con il capo velato. La figura rappresentava dunque l’augure nell’atteggiamento rituale assunto durante la consultazione degli dèi. Anche la cote sarebbe stata conservata nello stesso luogo come memoria dell’accaduto (Ab Urbe condita, I, 36).
Dionigi di Alicarnasso aggiunge alcuni particolari. La statua era in bronzo, più piccola del naturale e collocata davanti alla Curia, vicino a un fico sacro. Atto teneva il capo coperto secondo l’uso degli officianti romani. A erigere il monumento sarebbe stato lo stesso Tarquinio, costretto dal prodigio a riconoscere pubblicamente l’autorità dell’uomo che si era opposto al suo progetto (Antichità romane, III, 71).
Cicerone riferisce invece che la cote e il rasoio furono sepolti nel Comizio e che sopra di essi venne collocata una vera di pietra, un puteal (De divinatione, I, 33). Le diverse descrizioni non permettono di ricostruire con certezza la sistemazione del luogo. Concordano però sull’aspetto più significativo: il prodigio non rimase confinato nel tempo lontano dei re, ma fu trasformato in un monumento inserito nel cuore politico della città.
La statua non è giunta fino a noi e la sua esatta posizione non è più riconoscibile. Il Comizio fu modificato ripetutamente e la Curia Hostilia scomparve, sostituita in età cesariana dalla Curia Iulia che vediamo oggi. Non possiamo quindi indicare al visitatore il gradino sul quale si trovava Atto Navio o il punto nel quale sarebbe stata deposta la cote.
Possediamo però un’immagine antica dell’episodio. Fra il 140 e il 144 d.C., durante il principato di Antonino Pio, venne coniato un grande medaglione di bronzo dedicato alla memoria delle origini di Roma. Sul rovescio compare la legenda NAVIVS e vediamo l’augure nell’atto di tagliare la cote alla presenza di Tarquinio Prisco.
![Medaglione di Antonino Pio, 140–144 d.C. Al diritto è raffigurato l’imperatore; al rovescio, identificato dalla legenda NAVIVS, Atto Navio taglia la cote con il rasoio alla presenza di Tarquinio Prisco. L’immagine testimonia quanto l’antico racconto fosse ancora riconoscibile quasi sette secoli dopo l’epoca alla quale veniva attribuito [da F. Gnecchi, I medaglioni romani, II, Milano 1912, tav. 46, n. 3; pubblico dominio]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/10/Medaglione_con_Navius.jpg)
Medaglione di Antonino Pio, 140–144 d.C. Al diritto è raffigurato l’imperatore; al rovescio, identificato dalla legenda NAVIVS, Atto Navio taglia la cote con il rasoio alla presenza di Tarquinio Prisco. L’immagine testimonia quanto l’antico racconto fosse ancora riconoscibile quasi sette secoli dopo l’epoca alla quale veniva attribuito [da F. Gnecchi, I medaglioni romani, II, Milano 1912, tav. 46, n. 3; pubblico dominio]Il medaglione apparteneva a una serie che recuperava episodi e personaggi del passato leggendario di Roma. Nell’età di Antonino Pio, dunque, la scena continuava a esprimere un valore riconoscibile: la grandezza della città dipendeva anche dal rispetto delle istituzioni religiose ricevute dagli antenati.
Possiamo allora tornare davanti alla Curia e guardare idealmente verso l’antico Comizio. In quello spazio si riuniva il popolo, parlavano i magistrati e si prendevano decisioni destinate all’intera comunità. Ma accanto ai luoghi nei quali gli uomini esercitavano il potere, i Romani avevano collocato la statua di un augure con il capo velato e la memoria di un rasoio capace di dividere la pietra. Era un ammonimento rivolto a chiunque governasse Roma. Il potere poteva progettare, ordinare e combattere; prima di agire, però, doveva alzare gli occhi verso il cielo. Nel Comizio, anche le decisioni degli uomini rimanevano sotto lo sguardo degli dèi.
Nel racconto di Atto Navio, la volontà divina si manifestava attraverso il volo degli uccelli e il prodigio di un rasoio capace di tagliare la pietra. Nel prossimo articolo, invece, gli dèi entreranno direttamente nella storia di Roma assumendo l’aspetto di due giovani cavalieri.
Ci sposteremo nella parte orientale del Foro, presso la Fonte di Giuturna, dove Castore e Polluce avrebbero abbeverato i loro cavalli e annunciato ai Romani la vittoria ottenuta al Lago Regillo. Da quel racconto sarebbe nato uno dei culti più importanti della piazza e un legame destinato a durare nei secoli fra i Dioscuri e la cavalleria romana.
[Maria Teresa Natale]
Tarquinio Prisco e Atto Navio: il potere sotto lo sguardo degli dèi
