Lunedì 5 Ottobre 2026 11:10
Renna, nuovo rettore del Seminario Maggiore: «Una sorpresa di Dio»


Nominato il 16 settembre, già sottosegretario del dicastero per il Clero, è sacerdote dal 2004. «Il Seminario, casa aperta che dialoga con il mondo». Sulle vocazioni: «Bisogna tornare a essere significativi per i giovani, riscoprire la pastorale d’ambiente»
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«Bisogna tornare a essere significativi per i giovani, bisogna tornare a vivere la pastorale giovanile, dando la possibilità ai giovani di avere degli adulti che sappiano essere attenti alla loro vita, alla loro crescita ». Lo sottolinea monsignor Simone Renna, nuovo rettore del Pontificio Seminario Romano Maggiore, nominato il 16 settembre scorso dopo la nomina di monsignor Michele Di Tolve a vescovo di Chioggia. Leccese, 52 anni, già sottosegretario del dicastero per il Clero, è stato ordinato nel 2004. «Con grande gioia perché rinnova il mio sacerdozio e mi fa tornare in una relazione pastorale molto forte e immediata soprattutto con i giovani, in particolare con quei giovani che cercano di realizzare la propria vocazione. Ma anche con fede, perché non me l’aspettavo: è stata una sorpresa di Dio. In questa chiamata ho visto proprio la Chiesa che si prende cura dei suoi figli, che pensa al suo futuro, all’avvenire e soprattutto ai ministri ordinati che hanno bisogno di modelli e di formatori».
Lei è stato direttore spirituale del Seminario Minore ma anche alunno qui al Seminario Maggiore. Questa sua esperienza quanto le sarà utile nel nuovo incarico?
La comunità del Seminario Minore della diocesi è una comunità molto molto piccola che fa soprattutto attività vocazionale con gli adolescenti. Però ho accompagnato diversi ragazzi, uno dei quali quest’anno entrerà qui al propedeutico. È stata un’esperienza molto bella di Chiesa. Ci sono andato nell’ottobre del 2019, sono stato chiamato a servire in Vaticano nel Dicastero per il Clero, però ho desiderato continuare a vivere una missione pastorale, fare questo servizio come padre spirituale nel Seminario Minore. Come ex alunno del Seminario Maggiore devo dire che qui ho vissuto davvero degli anni belli, importanti, significativi. Mi sono formato innanzitutto come uomo, poi anche come prete. E penso inevitabilmente ai tanti che hanno dato la vita per prendersi cura di me e per formarmi.
La comunità del Seminario Minore della diocesi è una comunità molto molto piccola che fa soprattutto attività vocazionale con gli adolescenti. Però ho accompagnato diversi ragazzi, uno dei quali quest’anno entrerà qui al propedeutico. È stata un’esperienza molto bella di Chiesa. Ci sono andato nell’ottobre del 2019, sono stato chiamato a servire in Vaticano nel Dicastero per il Clero, però ho desiderato continuare a vivere una missione pastorale, fare questo servizio come padre spirituale nel Seminario Minore. Come ex alunno del Seminario Maggiore devo dire che qui ho vissuto davvero degli anni belli, importanti, significativi. Mi sono formato innanzitutto come uomo, poi anche come prete. E penso inevitabilmente ai tanti che hanno dato la vita per prendersi cura di me e per formarmi.
Si parla molto di una revisione della formazione degli aspiranti al sacerdozio e della necessità di una formazione continua dei ministri ordinati. Che ne pensa?
La Chiesa si è interrogata in questi anni su quale sia la via migliore e più efficace, in una società in continua evoluzione, per poter formare adeguatamente i nuovi pastori e questo è un cammino tuttora in atto a livello di Chiesa universale ma anche di singole conferenze episcopali. C’è una strada maestra da seguire che è quella della Ratio formativa, quella Fundamentalis che vale per la Chiesa universale, e poi quella approvata dalla Conferenza episcopale italiana. Il Seminario non è più una realtà chiusa come una volta, è una casa aperta che dialoga con il mondo, che si mette in comunicazione con le realtà della diocesi e del mondo. Ritengo che una comunità formativa, educante, che lavora con alleanze educative sia ancora la strada maestra da seguire in questo percorso. Poi c’è anche l’altra grande sfida a cui lei faceva riferimento, quella della formazione permanente che riguarda coloro che sono già stati ordinati. È una vera sfida perché non possiamo avere la presunzione di uscire dal Seminario già perfetti, che tutto sia compiuto. Questo perché le sfide che ci attendono sono molteplici, perché anche noi viviamo evoluzioni, momenti significativi, prove. Dobbiamo essere sempre pronti a rimetterci in gioco e a crescere anche a livello personale.
La Chiesa si è interrogata in questi anni su quale sia la via migliore e più efficace, in una società in continua evoluzione, per poter formare adeguatamente i nuovi pastori e questo è un cammino tuttora in atto a livello di Chiesa universale ma anche di singole conferenze episcopali. C’è una strada maestra da seguire che è quella della Ratio formativa, quella Fundamentalis che vale per la Chiesa universale, e poi quella approvata dalla Conferenza episcopale italiana. Il Seminario non è più una realtà chiusa come una volta, è una casa aperta che dialoga con il mondo, che si mette in comunicazione con le realtà della diocesi e del mondo. Ritengo che una comunità formativa, educante, che lavora con alleanze educative sia ancora la strada maestra da seguire in questo percorso. Poi c’è anche l’altra grande sfida a cui lei faceva riferimento, quella della formazione permanente che riguarda coloro che sono già stati ordinati. È una vera sfida perché non possiamo avere la presunzione di uscire dal Seminario già perfetti, che tutto sia compiuto. Questo perché le sfide che ci attendono sono molteplici, perché anche noi viviamo evoluzioni, momenti significativi, prove. Dobbiamo essere sempre pronti a rimetterci in gioco e a crescere anche a livello personale.
Le crisi di vocazioni sono sotto gli occhi di tutti, soprattutto nell’Occidente secolarizzato. Lei ha avuto un punto di osservazione privilegiato nel suo servizio al Dicastero per il Clero: quali pensa che siano le criticità principali da affrontare?
Credo che bisogna tornare ad essere significativi per i giovani, bisogna tornare a vivere la pastorale giovanile, dando la possibilità ai giovani di avere degli adulti che sappiano essere attenti alla loro vita, alla loro crescita, dei punti di riferimento e dei padri che oggi i più giovani faticano purtroppo a trovare, per colpa di noi adulti che siamo presi da tante altre cose. Bisogna tornare, dunque, a una pastorale giovanile che orienti alla dimensione vocazionale a 360 gradi e poi, secondo me, bisogna tornare anche a investire nella pastorale dell’ambiente. Forse le nostre Chiese, parlo delle Chiese dei Paesi occidentali, soprattutto qui in Europa, hanno smesso da troppo tempo di dedicare le energie migliori alla pastorale d’ambiente. Faccio un esempio: nella mia diocesi mi sono occupato di pastorale universitaria, che mette in contatto con tutti quei giovani che si interrogano sul senso della vita, sul loro domani, sul loro avvenire, su ciò che sono chiamati a realizzare nella loro vita. Ecco, la pastorale universitaria costituisce una pastorale d’ambiente che può aiutare a intercettare questa domanda di senso orientandola sul piano vocazionale. Ma questo direi che vale per tantissime altre realtà di questo genere. Forse, oltre alle parrocchie, che purtroppo sempre più sembrano svuotarsi di giovani, bisogna tornare ad abitare i luoghi in cui i giovani vivono e crescono.
Credo che bisogna tornare ad essere significativi per i giovani, bisogna tornare a vivere la pastorale giovanile, dando la possibilità ai giovani di avere degli adulti che sappiano essere attenti alla loro vita, alla loro crescita, dei punti di riferimento e dei padri che oggi i più giovani faticano purtroppo a trovare, per colpa di noi adulti che siamo presi da tante altre cose. Bisogna tornare, dunque, a una pastorale giovanile che orienti alla dimensione vocazionale a 360 gradi e poi, secondo me, bisogna tornare anche a investire nella pastorale dell’ambiente. Forse le nostre Chiese, parlo delle Chiese dei Paesi occidentali, soprattutto qui in Europa, hanno smesso da troppo tempo di dedicare le energie migliori alla pastorale d’ambiente. Faccio un esempio: nella mia diocesi mi sono occupato di pastorale universitaria, che mette in contatto con tutti quei giovani che si interrogano sul senso della vita, sul loro domani, sul loro avvenire, su ciò che sono chiamati a realizzare nella loro vita. Ecco, la pastorale universitaria costituisce una pastorale d’ambiente che può aiutare a intercettare questa domanda di senso orientandola sul piano vocazionale. Ma questo direi che vale per tantissime altre realtà di questo genere. Forse, oltre alle parrocchie, che purtroppo sempre più sembrano svuotarsi di giovani, bisogna tornare ad abitare i luoghi in cui i giovani vivono e crescono.
5 ottobre 2026
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