Mercoledì 7 Ottobre 2026 09:10
“L’altra faccia della vita”: Cacciari, Dionigi e Ravasi a confronto sulla morte


Al Centro congressi della Cattolica il dialogo promosso dalla fondazione Cortile dei Gentili, aperto dalla rettrice Beccalli e da Piacentini (Fondazione Gemelli). L'indissolubilità del legame vita-morte al centro del pensiero contemporaneo
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La morte è il lato della vita rivolto dall’altra parte rispetto a noi, il lato che la nostra luce non raggiunge. È partito da questa citazione di Rainer Maria Rilke, secondo cui vita e morte formano un’unità indivisibile di cui vediamo solo la faccia illuminata (il tempo, le cose visibili), mentre l’altro lato ci è precluso (ma non per questo è meno reale, seppur immerso nel silenzio e nel mistero), il dialogo “L’altra faccia della vita”, promosso dalla fondazione Cortile dei Gentili e dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, tenutosi ieri, 6 ottobre, a Roma. Su vita, morte e senso dell’esistenza si sono confrontati il filosofo Massimo Cacciari, Ivano Dionigi, emerito di Lingua e letteratura latina e già rettore dell’Alma Mater Studiorum di Bologna, e il cardinale Gianfranco Ravasi. Un incontro aperto dalla rettrice della Cattolica Elena Beccali e da Daniele Piacentini, direttore generale della Fondazione Gemelli, e introdotto dai professori Andrea Salonia e Bernardo Rocco.
«Tutto il pensiero contemporaneo riflette sulla indissolubilità del legame fra vita e morte», ha spiegato Cacciari evidenziando come il senso della morte stia nel come viene vissuta. «Ciò che conta è se vivi così da rendere la tua morte un compimento, che il tuo morire non sia un precipitare o un crepare, ma tu ti senta compiuto». Una “bella morte”, la definisce, che rappresenta un terreno comune fra la prospettiva cristiana e un pensiero ateistico scientifico-filosofico che ha comunque consapevolezza di vita. «Poiché tutto muta e si trasforma, anche io, non credente, posso affermare di sapere che non vengo dal nulla e non finisco nel nulla: il mio essere innegabilmente è stato ed è, e poi sarà, in base a ciò che sono». In ciascuna di queste due prospettive, ha sottolineato Cacciari, siamo lontani dalla morte intesa come «annichilimento», che «non sta in piedi né dal punto di vista teologico, né da quello filosofico e scientifico». Colui che muore, che «scompare», che «esce dal nostro cono di luce» non per questo è nulla; e teologia, filosofia e scienza dialogano a partire da questa consapevolezza comune.
Dionigi, grande studioso dei classici, ha illustrato la loro visione di vita e morte come entità separate, sottoposte alle leggi della natura. Un’interpretazione che però non impediva il grido di dolore per la morte, né la ricerca di vie di fuga: la morte eroica (da Omero in poi) o la gloria poetica (da Orazio fino a Foscolo) sono state «strategie di superamento» per giungere a una immortalità in questo mondo. «Il pensiero classico – ha sintetizzato Dionigi – più che affrontare la morte l’ha rimossa, sterilizzandone il pathos e trattandola come questione di natura e non come fatto personale». Solo con Platone, e poi con i pensatori moderni, il tema è ricondotto all’io. E con Francesco d’Assisi la morte («sora nostra morte corporale») è perfino una sorella, ha lo stesso nostro sangue. «Io – ha affermato Dionigi – sto con sant’Agostino: la morte non è secondo natura, ma contro natura, è una pena». I classici non consolano abbastanza: «Fra la speranza incerta di Platone e quella certa di san Paolo c’è un abisso».
Dal canto suo, il cardinale Ravasi ha fatto notare come la Bibbia conservi fra le sue pagine entrambi gli orizzonti del tema vita-morte, sia quello tenebroso sia quello luminoso. Un sapere, ha detto, che oggi viene troppo ignorato, con molti sacerdoti che «vivono di afasia escatologica, non parlando mai di questi temi se non ai funerali, e spesso con linguaggi stereotipati». I riferimenti sono molti: da un lato Giobbe (cap.10) che stanco dei tormenti desidera la morte, oppure Qoèlet 3, per cui «la sorte dell’uomo e quella delle bestie è la stessa». Dall’altro versante i Salmi (Dio strappa dalla morte), il Libro della Sapienza (l’immortalità è l’essere abbracciati da Dio); e così fino alla Pasqua. «Il Cristo risorto non appartiene più alle categorie di spazio e tempo. Il Verbo assume la carne, cioè finitudine e mortalità – ha notato Ravasi -, e dunque deve morire ma dentro la morte non cessa di essere Figlio di Dio e depone un germe che continua a fiorire anche nelle morti dell’umanità. E il momento capitale della nostra esistenza – ha concluso riprendendo l’immagine di Thomas S. Eliot -, l’istante dove si incrociano relativo e assoluto, morte e resurrezione, tempo ed eterno, lo comprendono davvero solo i santi», che vivono con impegno, ardore, amore donato e abbandono di sé.
7 ottobre 2026
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