Venerdì 9 Ottobre 2026 11:10
World Friends: da 25 anni per una salute senza confini


Al Campus Bio - Medico il punto in un convegno su "La sfida delle disuguaglianze globali". Il tema dei "Destini incrociati" tra Africa e Occidente e il richiamo alla responsabilità
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Venticinque anni di impegno per il diritto alla salute in tutto il mondo. Questo il filo conduttore del convegno “La salute non ha confini. La sfida delle disuguaglianze globali”, che si è svolto ieri, 8 ottobre, all’Auditorium Cu.Bo dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. A promuoverlo, in collaborazione con l’ateneo,
World Friends
, che ha scelto di celebrare il proprio anniversario trasformandolo in uno spazio di confronto etico e scientifico.«L’impegno del Campus per ridurre le disuguaglianze globali è nel nostro dna, con un lavoro cresciuto esponenzialmente negli anni» ha spiegato il prorettore alla Ricerca Leandro Pecchia. L’ateneo infatti fin dal 2002 porta avanti – con il coordinamento del medico infettivologo Giovanni Mottini – eventi e progetti su larga scala, inviando studenti, specializzandi e medici nei Paesi a basso reddito attraverso delle missioni sul campo in cui le équipe del Campus lavorano fianco a fianco con i colleghi locali. Negli ultimi anni l’impegno si concentra soprattutto in Tanzania, con un progetto avviato nel 2017 a Mvimwa che si rivolge a circa 20mila abitanti di dieci villaggi e, con la missione del 2022, ha superato le 500 visite. Ogni anno, inoltre, una trentina di studentesse e specializzande sono inviate in Perù, nella Valle del Cañete, per occuparsi soprattutto della popolazione femminile.


Ad aprire il primo panel, che ha ripercorso la storia di World Friends, è stato Marco Riccardo Rusconi, direttore dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo: «Ridurre le disuguaglianze nella salute significa rafforzare i sistemi sanitari e le competenze locali e garantire che i servizi raggiungano davvero le persone più vulnerabili, a partire dalle donne», ha detto. Al medico e socio fondatore dell’organizzazione Gianfranco Morino il compito di ricordare l’inizio della storia, nel 2001 a Nairobi, e l’opera che ne è simbolo: il Ruaraka Uhai Neema Hospital. Aperto nel 2008 con l’arcidiocesi di Nairobi e sostenuto anche dalla Cei, oggi accoglie oltre 100mila pazienti all’anno con uno staff composto per il 99% da personale locale. Accanto all’ospedale, anche programmi per i bambini con disabilità, salute materno-infantile, lotta a malnutrizione e malaria e, in Italia, gli sportelli di salute per i senzatetto.

Spazio quindi al confronto su “Destini incrociati: Africa, Occidente e le sfide della salute globale” nella tavola rotonda moderata da Enzo Romeo e aperta dall’appello di padre Giulio Albanese, missionario comboniano, direttore dell’Ufficio diocesano per la cooperazione missionaria, oltre che giornalista. «Viviamo in un periodo in cui si impone chi urla, chi fa male agli altri e anche a sé stesso e quindi dobbiamo capire che ci troviamo tutti sulla stessa barca e che nessuno si salva da solo». Sulle disuguaglianze si è soffermata Maria José Caldés, direttrice del Centro di Salute globale della Regione Toscana: «Sanità globale e povertà non sono le priorità della politica internazionale, che pensa al riarmo e alla difesa». Una scelta che ha conseguenze concrete, come mostra l’esempio citato dalla stessa Caldés: «In Kenya la prima causa di mortalità nelle donne adulte è il carcinoma al seno, ma nessuno oggi sta investendo in questa battaglia».
Federico Gobbi, direttore del Dipartimento di Malattie infettive e tropicali dell’Irccs S. Cuore Don Calabria di Negrar, ha invece puntato l’attenzione sulle cosiddette malattie “neglette”: «Bisognerebbe semmai parlare di “persone neglette”, perché quando queste malattie, spesso tropicali, intaccano le popolazioni lontane dal nostro Occidente, diventano poco importanti, mentre quando arrivano nella nostra quotidianità di colpo acquistano importanza». La conclusione è un richiamo alla responsabilità: «Trattare il problema come globale fa sì che si arrivi a studiare meglio quella determinata patologia» e a trovare una cura.
A chiudere la tavola rotonda Marie Claire Gegera, infermiera e fondatrice di “La Carità in Movimento”, che ha raccontato la sua esperienza: «È una solidarietà diffusa, fatta in Africa anche dagli stessi africani e con un approccio umano», che guarda alla persona nella sua interezza. «Prendersi cura di una donna in Africa – ha raccontato – significa pensare anche a un figlio, portarlo a scuola, nutrirlo, proteggerlo dalle violenze e dalla criminalità e, alla fine, rendere quella stessa donna autonoma». Lo stesso vale per l’aiuto alimentare: «Significa portare e far crescere degli allevamenti, perché dietro gli animali c’è una famiglia che può avere un sostentamento per l’intero anno. La nostra anima è quindi quella di fare formazione sanitaria e dare così alle persone le capacità di pensare a un futuro».
Il convegno al Campus è stato intervallato dalla proiezione del docu-film “To Be Human” del regista Tommaso Pini, un’opera che ripercorre sei storie di vita: tra le baraccopoli di Nairobi, nei villaggi Maasai ma anche tra le strade di Torino.
9 ottobre 2026
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