Venerdì 9 Ottobre 2026 16:10
Appio Claudio e Verginia: il processo nel Foro e la caduta dei decemviri
Appio Claudio e Verginia: il processo nel Foro e la caduta dei decemviri
Nel precedente articolo del nostro viaggio nel Foro Romano dei miti abbiamo seguito Castore e Polluce dal campo di battaglia del Lago Regillo alla Fonte di Giuturna. La loro apparizione trasformava la vittoria sui Latini e sull’ultimo tentativo dei Tarquini di riconquistare Roma in una conferma divina del nuovo ordinamento repubblicano. La Repubblica, tuttavia, non […]
Appio Claudio e Verginia: il processo nel Foro e la caduta dei decemviri
#foro romano #appio claudio #lucio icilio #lucio verginio #marco claudio #maria teresa natale #miti dell'antica roma #verginia
leggi la notizia su www.appasseggioblog.it/
Appio Claudio e Verginia: il processo nel Foro e la caduta dei decemviri
Nel precedente articolo del nostro viaggio nel Foro Romano dei miti abbiamo seguito
Castore e Polluce dal campo di battaglia del Lago Regillo alla Fonte di Giuturna
. La loro apparizione trasformava la vittoria sui Latini e sull’ultimo tentativo dei Tarquini di riconquistare Roma in una conferma divina del nuovo ordinamento repubblicano.La Repubblica, tuttavia, non era minacciata soltanto dai nemici esterni o dal ritorno dei re. Poteva essere messa in pericolo anche dall’interno, quando un magistrato utilizzava il proprio potere non per applicare la legge, ma per piegarla ai propri desideri. È ciò che accade nel racconto di Appio Claudio e Verginia, ambientato nel cuore del Foro, fra il tribunale del decemviro, le botteghe e il piccolo santuario di Venere Cloacina.
Questo Appio Claudio non deve essere confuso con Appio Claudio Cieco, il censore del 312 a.C. legato alla costruzione della Via Appia e dell’Aqua Appia: apparteneva alla stessa gens, ma visse più di un secolo dopo.
Secondo la cronologia tradizionale siamo nel 449 a.C. Da due anni Roma non era governata dai consoli, ma da un collegio di dieci magistrati, i decemviri legibus scribundis, incaricati di mettere per iscritto le leggi della città.
Il primo collegio aveva redatto dieci tavole di norme. Poiché l’opera sembrava ancora incompleta, per l’anno successivo furono eletti altri dieci decemviri, fra i quali emerse Appio Claudio. Alle prime dieci tavole ne furono aggiunte altre due, formando il corpo legislativo che la tradizione romana avrebbe ricordato come le Dodici Tavole.
Ma il secondo decemvirato, nel racconto di Livio, si trasformò ben presto in una tirannide. I decemviri non convocarono nuove elezioni alla scadenza del mandato, governarono senza consentire appello contro le proprie decisioni e si circondarono di uomini armati. Le sentenze non dipendevano più dalla giustizia, ma dall’interesse personale dei magistrati. Alcuni cittadini furono fustigati, altri messi a morte e altri ancora privati dei propri beni (Ab Urbe condita, III, 35–38).
La legge, nata per rendere certi e conoscibili i diritti dei cittadini, diventava così uno strumento nelle mani di chi la amministrava.
Fu in questo clima che Appio Claudio si invaghì di Verginia, chiamata più comunemente Virginia nella tradizione italiana. Era una giovane plebea, figlia del centurione Lucio Verginio e promessa sposa a Lucio Icilio, già tribuno della plebe.
Livio racconta che Appio aveva cercato dapprima di conquistarla attraverso doni e promesse. Poiché Verginia non aveva ceduto, il decemviro decise di ricorrere all’inganno e alla violenza. Affidò quindi a un proprio cliente, Marco Claudio, il compito di sostenere che la giovane non fosse realmente figlia di Verginio, ma una schiava nata nella sua casa e successivamente sottratta alla madre.
La rivendicazione non riguardava soltanto l’identità di Verginia. Stabilire che fosse una schiava avrebbe significato privarla della libertà e consegnarla nelle mani di Marco Claudio, dietro il quale agiva lo stesso Appio.
Suo padre, Lucio Verginio, era un centurione plebeo e si trovava lontano da Roma, con l’esercito inviato contro gli Equi sul Monte Algido, nell’area dei Colli Albani a sud-est della città, presso il confine fra il territorio latino e quello equo. Il momento sembrava quindi favorevole per mettere in atto il piano.
Una mattina Verginia entrò nel Foro per recarsi a scuola. Livio ricorda che le lezioni si tenevano in piccoli ambienti o strutture provvisorie della piazza (tabernacula), senza indicarne la posizione precisa. Marco Claudio le pose una mano addosso e dichiarò che era una sua schiava. Le ordinò di seguirlo e minacciò di trascinarla via con la forza. Verginia rimase immobile, paralizzata dalla paura. Furono le grida della nutrice a richiamare i passanti. Intorno alla giovane si radunò una folla, mentre venivano pronunciati i nomi del padre e del fidanzato, entrambi conosciuti per il loro impegno in favore della plebe.
Marco Claudio dichiarò allora di non voler ricorrere alla violenza. Sosteneva di agire secondo la legge e chiese che la questione fosse sottoposta a un giudice. Ma quel giudice era proprio Appio Claudio, l’uomo che aveva ideato l’intera macchinazione.
Proviamo a guardare il Foro con gli occhi del racconto. La folla accompagna Verginia davanti al tribunale del decemviro. Non sappiamo in quale punto preciso del Foro fosse collocato. Il tribunal non era necessariamente un edificio stabile, ma il seggio sopraelevato, probabilmente posto su una pedana lignea, dal quale il magistrato amministrava la giustizia.
La piazza nella quale i cittadini dovrebbero trovare giustizia diventa il luogo di una rappresentazione già preparata. Marco Claudio recita la propria parte; Appio finge di ascoltare le ragioni delle due parti, ma conosce già la sentenza.
Gli amici della famiglia chiedono che ogni decisione venga rinviata fino al ritorno di Verginio. Dionigi di Alicarnasso (Antichità romane, XI, 30, 3–4) attribuisce allo zio della giovane, Numitorio, un argomento fondato proprio sul principio che avrebbe dovuto proteggere la libertà di Verginia:
Quando una persona rischia di essere trascinata dalla libertà alla schiavitù, la sua custodia deve essere affidata non a chi cerca di privarla della libertà, ma a chi la difende.
Numitorio ricordava inoltre ad Appio una norma che egli stesso aveva contribuito a inserire nelle Dodici Tavole: fino alla conclusione della controversia, la persona della quale si discuteva la condizione avrebbe dovuto conservare la libertà.
Appio decise invece che Verginia dovesse essere affidata provvisoriamente a Marco Claudio. La sentenza suscitò il pianto delle donne e l’indignazione della folla. Lucio Icilio strinse a sé la giovane e, secondo Dionigi, si rivolse direttamente al decemviro (Antichità romane, XI, 31, 4):
Finché sarò vivo, Appio, nessuno porterà via questa giovane.
La folla si strinse intorno a Verginia e Marco Claudio fu costretto a lasciarla. Appio, temendo che la protesta degenerasse, consentì infine che la giovane rimanesse con i familiari fino al giorno seguente, ma ordinò che il padre comparisse davanti al suo tribunale.
Intanto furono inviati messaggeri all’accampamento per avvertire Verginio. Il centurione ottenne il permesso di partire e raggiunse Roma prima che gli ordini contrari di Appio potessero impedirglielo.
Il giorno seguente si presentò nel Foro insieme alla figlia. Livio lo descrive vestito dimessamente, come chi chiede aiuto alla comunità. Accanto a lui Verginia piangeva, circondata dalle donne della famiglia.
![Parigi, Musée du Louvre. Filippino Lippi, Storie di Verginia, ultimo quarto del XV secolo. La tavola riunisce diversi momenti del racconto: l’arresto della giovane, il processo presieduto da Appio Claudio e l’uccisione di Verginia da parte del padre. Al centro Appio pronuncia la sentenza che la consegna a Marco Claudio come schiava. Inv. MI 501 [Foto: Wikimedia Commons, pubblico dominio]. - https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010064797 - https://collections.louvre.fr/CGU](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/10/Filippino_Lippi_-_Scenes_de_lhistoire_de_Virginie_Appius_Claudius_fait_arreter_Virginie_le_decemvir_condamne_Virginie_a_lesclavage_Virginie_est_tuee_par_Virginius_MI_501.jpg)
Parigi, Musée du Louvre. Filippino Lippi, Storie di Verginia, ultimo quarto del XV secolo. La tavola riunisce diversi momenti del racconto: l’arresto della giovane, il processo presieduto da Appio Claudio e l’uccisione di Verginia da parte del padre. Al centro Appio pronuncia la sentenza che la consegna a Marco Claudio come schiava. Inv. MI 501 [Foto: Wikimedia Commons, pubblico dominio]. – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010064797 – https://collections.louvre.fr/CGULa folla si raccolse nuovamente intorno al tribunale. Lucio Icilio e Verginio difesero la libertà della giovane, ma Appio rifiutò di ascoltarli. Dichiarò che Marco Claudio poteva prendere Verginia in custodia fino alla conclusione del processo.
Non era ancora una decisione definitiva sulla sua condizione giuridica, ma ne produceva già l’effetto più grave: la giovane sarebbe stata sottratta alla famiglia e consegnata proprio all’uomo che affermava di esserne il padrone.
Quando Marco Claudio si mosse per afferrarla, i presenti reagirono. Appio ordinò allora di sgomberare il passaggio e minacciò di ricorrere alla forza armata. Il tribunale non proteggeva più una cittadina dall’arbitrio: proteggeva l’arbitrio del magistrato dalla reazione dei cittadini.
Verginio comprese che non gli sarebbe stato concesso di salvare la libertà della figlia attraverso la legge. Chiese ad Appio un ultimo momento per interrogare la nutrice e accertare, disse, se fosse davvero il padre della giovane. Ottenuto il permesso, condusse Verginia e la donna verso le botteghe che si trovavano presso il santuario di Venere Cloacina, quelle che ai tempi di Livio erano chiamate Tabernae Novae.
È in questo punto che il racconto si lega in modo preciso alla topografia del Foro. Le botteghe occupavano il lato settentrionale della piazza, davanti all’area sulla quale sarebbe sorta la Basilica Emilia. Il piccolo sacello di Venere Cloacina, del quale rimane ancora il basamento circolare, si trovava davanti alla gradinata della basilica. Livio ambientava quindi la scena in un luogo che i suoi lettori potevano riconoscere: accanto al santuario, fra i banchi e le attività quotidiane della piazza.
Giunto davanti a una bottega, Verginio afferrò il coltello di un macellaio. Poi si rivolse alla figlia (Ab Urbe condita, III, 48, 5):
In questo solo modo che mi è possibile, figlia mia, ti restituisco alla libertà.
Dionigi di Alicarnasso (Antichità romane, XI, 37, 6) gli attribuisce parole differenti e ancora più solenni:
Ti mando libera e pura, figlia mia, presso i tuoi antenati nel mondo sotterraneo.
Subito dopo la colpì a morte. Rivolgendosi verso il tribunale, Verginio consacrò Appio e la sua testa agli dèi inferi e fuggì dal Foro con il coltello ancora insanguinato.
La tradizione romana presentava il gesto come l’estremo tentativo di un padre di sottrarre la figlia alla schiavitù e alla violenza sessuale. Per noi, però, la scena non può risolversi nell’immagine edificante di un sacrificio compiuto in nome della libertà. Verginia viene uccisa proprio dall’uomo che intende proteggerla e non può scegliere fra le alternative che altri hanno stabilito per lei.
Nel racconto di Livio la giovane non pronuncia alcun discorso. La sua paura, il suo pianto e infine il suo corpo diventano il centro di una contesa condotta dagli uomini: Appio vuole possederla, Marco Claudio la reclama come schiava, il padre decide che la morte sia l’unico modo per conservarne la libertà. Anche quando l’episodio provoca la caduta dei decemviri, Verginia rimane priva di una voce propria.
La sua morte trasformò immediatamente il processo in rivolta. Lucio Icilio e Numitorio sollevarono il corpo esanime della giovane e lo mostrarono al popolo, denunciando il delitto di Appio e la disperazione alla quale aveva ridotto Verginio (Ab Urbe condita, III, 48, 7), il quale raggiunse l’esercito accampato presso il Monte Algido e raccontò ai soldati ciò che era accaduto. Dionigi gli attribuisce un lungo discorso nel quale la tragedia personale diventa un’accusa contro un potere privo di limiti (Antichità romane, XI, 41, 5):
I desideri dei tiranni non hanno limiti, perché non esistono né legge né timore capaci di trattenerli.
I militari abbandonarono i loro comandanti e marciarono verso Roma. Altri reparti si unirono alla protesta. La plebe si ritirò dapprima sull’Aventino e poi, secondo il racconto di Livio, sul Monte Sacro, ripetendo simbolicamente la secessione avvenuta nei primi anni della Repubblica.
Privi ormai di sostegno, i decemviri furono costretti a rinunciare al potere. Furono nuovamente eletti i consoli e vennero ristabiliti i tribuni della plebe e il diritto di appello contro le decisioni dei magistrati.
Appio Claudio fu trascinato a sua volta davanti alla giustizia. Verginio lo accusò di aver dichiarato schiava una persona libera contro la legge. Quando Appio pronunciò la parola provoco, appellandosi al popolo contro l’arresto, nella piazza cadde il silenzio. L’uomo che aveva negato agli altri la possibilità dell’appello invocava ora per se stesso proprio quel diritto.
Livio racconta che Appio fu condotto in prigione e morì prima del processo; secondo la versione riportata dallo storico, si tolse la vita. Anche il suo collega Spurio Oppio morì in carcere, mentre gli altri decemviri andarono in esilio (Ab Urbe condita, III, 56–58).
La storia di Verginia riprendeva uno schema che i Romani conoscevano bene. Come la violenza esercitata da Sesto Tarquinio contro Lucrezia aveva provocato la caduta della monarchia, così il tentativo di Appio Claudio di impadronirsi di Verginia causava la fine del decemvirato. In entrambi i racconti la violenza contro il corpo di una donna rivelava la degenerazione di un potere politico e forniva agli uomini il motivo per ribellarsi.
Le due principali narrazioni antiche dell’episodio sono quelle di Livio, nel terzo libro della sua opera (Ab Urbe condita, III, 44-58), e di Dionigi di Alicarnasso, nell’undicesimo libro delle Antichità romane. Entrambi gli autori scrivevano circa quattro secoli dopo gli avvenimenti attribuiti al 449 a.C.
La storia di Verginia riprendeva uno schema che la tradizione romana aveva già applicato alla vicenda di Lucrezia. Non l’abbiamo raccontata in questo viaggio perché il suo episodio decisivo non era ambientato nel Foro; il parallelismo è però evidente. Anche Lucrezia subiva la violenza di un uomo appartenente alla famiglia dominante e la sua morte provocava la caduta di un regime politico.
Non possiamo considerare il racconto la cronaca precisa di un processo realmente celebrato in quei termini. La tradizione aveva probabilmente rielaborato conflitti politici, tensioni sociali e memorie legate alla formazione del diritto romano, costruendo intorno a Verginia una vicenda capace di spiegare perché il potere dei decemviri fosse diventato intollerabile.
Eppure la topografia conferiva alla storia una straordinaria concretezza. La pedana dalla quale Appio amministrava la giustizia, le scuole, le botteghe e il coltello del macellaio appartenevano al mondo quotidiano del Foro. Il piccolo santuario di Cloacina permetteva di fissare nello spazio persino il punto nel quale Verginio avrebbe preso la propria terribile decisione.
Avevamo già incontrato
Venere Cloacina
parlando della riconciliazione fra Romani e Sabini. Secondo un’altra tradizione, proprio in quel luogo i due popoli avevano deposto le armi e si erano purificati con rami di mirto dopo la conclusione della guerra. Lo stesso santuario veniva così associato a due memorie molto diverse: la purificazione che aveva accompagnato una riconciliazione e il sangue di una giovane uccisa dal padre.![I resti del sacello di Venere Cloacina davanti alla Basilica Emilia. Livio collocava presso le botteghe vicine al santuario il momento conclusivo della vicenda di Verginia [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/08/Sacello_Venere_Cloacina.jpg)
I resti del sacello di Venere Cloacina davanti alla Basilica Emilia. Livio collocava presso le botteghe vicine al santuario il momento conclusivo della vicenda di Verginia [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Il contrasto è particolarmente forte. Cloacina richiamava l’idea del purificare e del rimuovere ciò che contamina; la vicenda di Verginia mostrava invece una città contaminata dall’uso ingiusto del potere. La purificazione, questa volta, non poteva compiersi attraverso un semplice rito. Per liberarsi dalla tirannide dei decemviri, Roma doveva ricostruire le proprie istituzioni.
Oggi il basamento del sacello è facile da oltrepassare senza notarlo. Eppure proprio questo piccolo resto ci consente di riportare il racconto nel luogo al quale i Romani lo avevano legato. Davanti alla Basilica Emilia non dobbiamo immaginare soltanto botteghe, affari e incontri quotidiani. La tradizione vi collocava anche il momento nel quale una sentenza ingiusta trasformò il Foro in teatro di violenza e spinse la plebe a riconquistare le proprie libertà.
Con la vicenda di Verginia si conclude il nostro viaggio nel Foro Romano dei miti. Abbiamo seguito i racconti attraverso i quali i Romani attribuivano un’origine e un significato ai luoghi della piazza, intrecciando memoria, religione e identità politica.
La storia del Foro, però, non termina con il mondo antico. Templi, basiliche e monumenti avrebbero progressivamente perduto le loro funzioni originarie; fra chiese, torri, orti, pascoli e rovine, la grande piazza sarebbe diventata il paesaggio conosciuto per secoli come Campo Vaccino. Nel prossimo articolo cominceremo dunque un nuovo viaggio: Dal Campo Vaccino al Foro Romano. La lunga riscoperta del cuore di Roma.
[Maria Teresa Natale]
Appio Claudio e Verginia: il processo nel Foro e la caduta dei decemviri
