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Lunedì 12 Ottobre 2026 13:10

FAO, “Dal seme al cibo 2026”: Raffaella Rucci racconta le innovazioni che stanno trasformando pesca e acquacoltura

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Dalle navi-laboratorio per lo studio degli oceani alle nuove tecnologie per una pesca sostenibile: al Circo Massimo di Roma, la FAO presenta le soluzioni per il futuro delle risorse acquatiche. L’intervista a Raffaella Rucci, Responsabile della Comunicazione della Divisione Pesca e Acquacoltura.

La tutela degli oceani, l’innovazione tecnologica e il futuro della pesca sostenibile sono tra i temi protagonisti di “Dal seme al cibo 2026”, la mostra globale organizzata dalla FAO, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, al Circo Massimo di Roma dall’8 al 12 ottobre.

L’esposizione, giunta alla seconda edizione, offre ai visitatori un percorso attraverso le tecnologie e le innovazioni che stanno trasformando i sistemi agroalimentari, con particolare attenzione alla conservazione delle risorse naturali e al sostegno delle comunità che dipendono dalla loro produzione.

A illustrare le principali novità dedicate al settore ittico è Raffaella Rucci, Responsabile della Comunicazione della Divisione Pesca e Acquacoltura della FAO, intervistata ai microfoni di Roma Daily News durante la manifestazione.

Garantire la disponibilità di cibo senza compromettere gli ecosistemi acquatici rappresenta una delle principali sfide per il futuro del settore.

«In questa seconda edizione della mostra globale vogliamo ancora una volta narrare quello che richiede portare il cibo a tavola, assicurandoci che le risorse vengano conservate e che vengano supportate le comunità che le producono e che dipendono da esse», ha spiegato Rucci.

All’interno del padiglione dedicato alle innovazioni, il pubblico può conoscere alcune delle tecnologie già impiegate per affrontare le trasformazioni della pesca e dell’acquacoltura, con l’obiettivo di migliorare non soltanto la produttività, ma anche la sostenibilità delle attività.

Tra le innovazioni illustrate dalla FAO figura la nave da ricerca Dr. Fridtjof Nansen, impiegata nell’ambito di un progetto dedicato alla conoscenza degli ecosistemi marini.

L’imbarcazione rappresenta un vero e proprio laboratorio galleggiante, dotato di sette laboratori nei quali vengono analizzate e classificate le specie marine raccolte durante le attività scientifiche.

«È praticamente un enorme laboratorio galleggiante, contiene sette laboratori all’interno dei quali le varie specie che sono pescate sono analizzate e anche classificate», ha raccontato Rucci.

Durante l’esposizione, i visitatori possono inoltre effettuare un tour virtuale della nave, scoprendo il funzionamento delle attività di ricerca e il ruolo della scienza nella raccolta di informazioni sugli ecosistemi acquatici.

I dati scientifici costituiscono infatti uno strumento fondamentale per orientare le politiche di gestione delle risorse marine, contribuendo alla sicurezza alimentare e alla tutela delle comunità che dipendono dalla pesca.

Un altro spazio dell’esposizione è dedicato alle nuove tecniche di acquacoltura, attraverso vasche nelle quali convivono differenti specie acquatiche.

Questi sistemi consentono di riprodurre alcune interazioni presenti negli ecosistemi naturali, favorendo il riutilizzo delle sostanze prodotte durante l’allevamento.

Accanto alle specie allevate per il consumo alimentare, possono essere presenti organismi che contribuiscono a migliorare la qualità dell’acqua, utilizzando parte dei nutrienti e dei residui generati dalla produzione.

Una soluzione che risponde a una delle principali criticità dell’acquacoltura: la gestione degli scarti e delle sostanze non assorbite dagli organismi allevati.

Rucci ha inoltre evidenziato come l’innovazione permetta di recuperare i sottoprodotti della produzione ittica e trasformarli in nuove risorse, favorendo modelli produttivi più efficienti e circolari.

L’esposizione dedica attenzione anche alle comunità di piccoli pescatori, particolarmente esposte alle conseguenze dei cambiamenti climatici e alle difficoltà economiche del settore.

Nel padiglione sono presentate imbarcazioni tradizionali utilizzate in Africa e in Asia, affiancate da modelli innovativi progettati da architetti navali che collaborano con la FAO.

Le nuove soluzioni puntano a migliorare la sicurezza e l’efficienza delle attività di pesca, affrontando problematiche legate agli eventi climatici estremi e alla necessità di ridurre i consumi delle imbarcazioni.

Il confronto tra mezzi tradizionali e nuove progettazioni mostra come l’innovazione possa contribuire a sostenere le comunità costiere, valorizzando al tempo stesso le conoscenze e le pratiche locali.

Un ruolo centrale è riservato anche alla raccolta e all’analisi dei dati statistici, fondamentali per comprendere l’evoluzione dei sistemi alimentari acquatici.

Come spiegato da Raffaella Rucci, la FAO raccoglie informazioni sul settore ittico insieme ai Paesi membri fin dal 1950, costruendo serie storiche che oggi sono disponibili in formato digitale.

I database comprendono diversi ambiti, dalla produzione al consumo, fino al commercio dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura.

Queste informazioni permettono di osservare le trasformazioni del settore nel corso dei decenni e costituiscono una base conoscitiva per lo sviluppo delle politiche alimentari e ambientali.

Il percorso espositivo si conclude con una panoramica sulla varietà delle risorse alimentari provenienti dagli ambienti acquatici.

Dalle alghe alla spirulina, passando per pesci, granchi, crostacei e cefalopodi, i visitatori possono conoscere differenti prodotti e modalità di trasformazione e consumo.

Un’occasione per scoprire il contributo della biodiversità acquatica all’alimentazione e comprendere il valore delle filiere che collegano gli ecosistemi marini alle tavole dei consumatori.

Con “Dal seme al cibo 2026”, Roma si conferma un luogo di confronto internazionale sulle sfide della sicurezza alimentare, della sostenibilità e dell’innovazione.

Il messaggio che emerge dall’intervista a Raffaella Rucci è chiaro: il futuro della pesca e dell’acquacoltura non dipende soltanto dalla capacità di produrre più cibo, ma anche dalla tutela degli ecosistemi, dall’impiego della ricerca scientifica e dal sostegno alle comunità che vivono grazie alle risorse acquatiche.

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