Giovedì 15 Ottobre 2026 15:10
Dal Foro Romano al Campo Vaccino e ritorno: la lunga riscoperta del cuore di Roma
Dal Foro Romano al Campo Vaccino e ritorno: la lunga riscoperta del cuore di Roma
Negli articoli precedenti abbiamo seguito il Foro attraverso le sue trasformazioni antiche, incontrando luoghi del potere, santuari, racconti e miti che ne custodivano la memoria. Ma la storia di questa valle continuò anche quando gli edifici persero le loro funzioni originarie. Oggi il Foro Romano è uno dei luoghi archeologici più famosi del mondo. Eppure, […]
Dal Foro Romano al Campo Vaccino e ritorno: la lunga riscoperta del cuore di Roma
#foro romano #alfonso bartoli #basilica dei santi cosma e damiano #basilica di santa maria nova #campo vaccino #carlo lambardi #chiesa di san lorenzo in miranda #chiesa di sant'adriano #chiesa di santa maria antiqua #chiesa di santa maria liberatrice #giacomo boni #leone iv #maria teresa natale #onorio i #oratorio dei quaranta martiri #pasquale ii #urbano viii barberini
leggi la notizia su www.appasseggioblog.it/
Dal Foro Romano al Campo Vaccino e ritorno: la lunga riscoperta del cuore di Roma
Negli articoli precedenti
abbiamo seguito il Foro attraverso le sue trasformazioni antiche, incontrando luoghi del potere, santuari, racconti e miti che ne custodivano la memoria. Ma la storia di questa valle continuò anche quando gli edifici persero le loro funzioni originarie.
Oggi il Foro Romano è uno dei luoghi archeologici più famosi del mondo. Eppure, per secoli, nell’uso comune questa valle fu conosciuta con un nome molto diverso: Campo Vaccino.
Le basi delle colonne scomparivano sotto il terreno, alcuni edifici vennero trasformati in chiese o inglobati in fortificazioni, altri furono smontati per recuperarne i materiali. Dove un tempo si amministrava la giustizia, si tenevano assemblee e passavano i cortei trionfali diretti al Campidoglio, pascolava il bestiame.
Le mappe e le vedute di Étienne Dupérac, Antonio Tempesta e Giovanni Battista Falda ci permettono di affacciarci su questo paesaggio. Fra le rovine compaiono chiese, case, recinti, giardini e percorsi. Alcuni monumenti sono immediatamente riconoscibili; altri hanno un aspetto diverso da quello attuale o portano nomi che oggi non useremmo più.
I confronti seguono quattro testimonianze: Dupérac del 1577, Tempesta del 1593, Falda del 1676 e la riedizione di Tempesta pubblicata da De Rossi nel 1693. Quest’ultima conserva elementi della rappresentazione precedente insieme ad aggiornamenti successivi: una data più tarda non garantisce quindi che ogni edificio sia raffigurato nel suo aspetto più recente. Anche le differenze di prospettiva e di dettaglio richiedono di confrontare le immagini con altre fonti.
Il Foro che vediamo è il risultato di questa lunga storia: riusi e abbandoni, distruzioni e rialzamenti del terreno, scavi e restauri. Per comprenderlo, bisogna seguire anche ciò che accadde dopo la fine del mondo antico.
La Colonna di Foca, dedicata nel 608 e già incontrata nel nostro percorso, è considerata l’ultimo monumento onorario eretto nella piazza. Il Foro conservava ancora un valore simbolico, ma la sua trasformazione era ormai in corso.
La contrazione della città e i cambiamenti delle istituzioni modificarono progressivamente il ruolo della valle. Gli edifici persero le funzioni originarie, ma continuarono a essere occupati, adattati e attraversati. La vita si organizzava intorno a nuovi luoghi di culto, abitazioni e percorsi.
Una testimonianza preziosa è il cosiddetto Itinerario di Einsiedeln, opera di un compilatore anonimo, databile tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo e conservata nell’omonima abbazia svizzera. I suoi percorsi descrivono una Roma nella quale monumenti antichi e chiese cristiane convivono.
Accanto all’itinerario, una raccolta di iscrizioni conserva testi dei templi della Concordia, di Saturno e di Vespasiano: tracce di edifici ancora visibili e di una memoria dell’antico che non era del tutto scomparsa.
Il Foro aveva cessato di funzionare come centro politico unitario, ma rimaneva parte della città. Le sue strade servivano a raggiungere luoghi di culto e abitazioni; gli edifici sopravvissuti offrivano spazi nei quali insediarsi e materiali da riutilizzare.
Per molto tempo l’interramento del Foro è stato raccontato soprattutto come il risultato di un lento accumulo di macerie, detriti e depositi alluvionali. Una spiegazione intuitiva: gli edifici abbandonati si disgregano, i materiali cadono e la valle si riempie.
Le indagini archeologiche hanno però restituito una storia più articolata. Agli accumuli graduali si affiancarono riporti intenzionali di terreno, realizzati per modificare le quote degli edifici e dei percorsi.
In uno studio pubblicato nel 2014 nei Mélanges de l’École française de Rome, dal titolo
Un estesissimo intervento urbanistico nella Roma dell’inizio del XII secolo e la parziale perdita della « memoria topografica » della città antica
, Federico Guidobaldi ha confrontato diversi casi di chiese e strade romane nelle quali si riconoscono consistenti rialzamenti, spesso concentrati all’inizio del XII secolo. Lo studioso propone di interpretarli come parti di un ampio intervento urbanistico, iniziato probabilmente durante il pontificato di Pasquale II, dal 1099 al 1118, e proseguito nei decenni successivi.In questa ricostruzione, il terreno sarebbe stato rialzato anche per rendere più praticabili i percorsi e ricostruire le chiese alle nuove quote. La coincidenza di alcuni interventi con le strade utilizzate dalle cerimonie papali suggerisce inoltre un legame fra il rinnovamento urbano e la vita religiosa della città.
Si tratta di un’interpretazione da distinguere dai dati documentati nei singoli edifici: tempi, estensione e articolazione del progetto restano oggetto di ricerca. Ci aiuta però a guardare il Campo Vaccino con occhi diversi. Il terreno che nascondeva i monumenti poteva essere anche il risultato delle scelte di una città ancora attiva.
Le quote, inoltre, non cambiarono ovunque nello stesso modo. Gli spessori degli interramenti variavano fra il fondo della valle, le pendici e le aree già sopraelevate.
La Curia Iulia, nella ricostruzione di età dioclezianea, sopravvisse grazie alla trasformazione nella chiesa di Sant’Adriano, avvenuta sotto papa Onorio I nel VII secolo.
Il primo adattamento cristiano conservò le murature, il pavimento e parte dei rivestimenti antichi, aggiungendo l’abside. La trasformazione religiosa non comportò dunque, in quel momento, un rialzamento del piano di calpestio.
Sant’Adriano divenne un luogo importante nella vita liturgica romana: era una chiesa di sosta e di raccolta per alcune processioni. Il Foro continuava così a essere frequentato anche attraverso cerimonie che avevano sostituito quelle del mondo antico.
Il cambiamento più incisivo avvenne con Pasquale II. La chiesa venne riorganizzata in tre navate separate da colonne e il pavimento fu portato oltre 3,40 metri più in alto rispetto al livello precedente. Guidobaldi considera questo intervento uno dei casi più significativi per comprendere il rialzamento dell’area circostante.
Altre trasformazioni seguirono nel Cinquecento e nel Seicento. Le colonne della chiesa medievale vennero inglobate in pilastri; l’aula antica rimase racchiusa nelle successive sistemazioni ecclesiastiche.

Da Sant’Adriano alla Curia Iulia. La chiesa (freccia arancione) nelle rappresentazioni di Antonio Tempesta (1593), Giovanni Battista Falda (1676) e nella riedizione Tempesta–De Rossi (1693), a confronto con la Curia nel 2026. I dettagli mostrano l’edificio inserito nel tessuto urbano del Campo Vaccino; la fotografia attuale ne restituisce l’aspetto dopo la rimozione delle sistemazioni ecclesiastiche negli anni Trenta del Novecento
Nei dettagli delle mappe, Sant’Adriano appartiene a un insieme di costruzioni che si affacciano sul Campo Vaccino. Il confronto con la Curia attuale mostra quanto sia cambiato questo settore: l’edificio romano, oggi facilmente leggibile nella sua forma, era inserito in un tessuto urbano molto più fitto.
Negli anni Trenta del Novecento, l’archeologo Alfonso Bartoli fece rimuovere le strutture successive alla fase dioclezianea per recuperare l’aula antica. Durante i lavori tornarono temporaneamente visibili le diverse chiese sovrapposte, poi in gran parte eliminate. La conservazione della Curia e la perdita di Sant’Adriano sono dunque due aspetti della stessa storia.
Alle pendici del Palatino, Santa Maria Antiqua conserva una delle testimonianze più preziose della vita del Foro altomedievale. Ricavata nel VI secolo in ambienti del complesso imperiale, fu decorata con pitture che si susseguirono fino al IX secolo. Dopo i crolli legati al terremoto dell’847 venne abbandonata e progressivamente sepolta.
![Santa Maria Antiqua, alle pendici del Palatino. Veduta della navata laterale e dettagli delle pitture, fra cui la Crocifissione nella cappella di Teodoto. Le decorazioni conservano una preziosa testimonianza della vita religiosa e artistica del Foro altomedievale [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/10/Santa_Maria_Antiqua.jpg)
Santa Maria Antiqua, alle pendici del Palatino. Veduta della navata laterale e dettagli delle pitture, fra cui la Crocifissione nella cappella di Teodoto. Le decorazioni conservano una preziosa testimonianza della vita religiosa e artistica del Foro altomedievale [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]
La vita religiosa continuò però nell’area, su livelli sempre più alti. Le ricerche richiamate da Federico Guidobaldi hanno individuato, nell’adiacente Oratorio dei Quaranta Martiri, una sistemazione medievale databile intorno al XII secolo, con un pavimento circa 4,5 metri più alto rispetto alle fasi antiche. La successiva chiesa di Santa Maria de inferno, di datazione meno sicura, si trovava ancora circa 1,5 metri più in alto. Questi dislivelli mostrano quanto fosse cambiato il terreno ai piedi del Palatino.
La pittura dell’abside raffigura i soldati cristiani condannati a morire nelle acque gelate di un lago a Sebaste.
La successiva chiesa di Santa Maria de inferno, di datazione meno sicura, si trovava ancora circa 1,5 metri più in alto. Questi dislivelli mostrano quanto fosse cambiato il terreno ai piedi del Palatino.
![Oratorio dei Quaranta Martiri: particolare della pittura absidale altomedievale, con i soldati cristiani condannati a morire nelle acque gelate di un lago a Sebaste [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/10/Oratorio_Quaranta_Martiri.jpg)
Oratorio dei Quaranta Martiri: particolare della pittura absidale altomedievale, con i soldati cristiani condannati a morire nelle acque gelate di un lago a Sebaste [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Il nome de inferno richiamava una leggenda ambientata fra queste rovine: papa Silvestro avrebbe liberato Roma da un drago nascosto in una cavità. Alla stessa tradizione si collegava la denominazione Santa Maria libera nos a poenis inferni, «Santa Maria, liberaci dalle pene dell’inferno», da cui derivò il nome Santa Maria Liberatrice.
Ricostruita nel Seicento, la chiesa di Santa Maria Liberatrice divenne una presenza familiare nel paesaggio del Campo Vaccino, ben riconoscibile nelle vedute accanto alle tre colonne del Tempio dei Dioscuri. Sotto la chiesa e nell’area circostante rimanevano le testimonianze dei luoghi di culto più antichi.

Santa Maria Liberatrice (freccia arancione) nelle rappresentazioni di Étienne Dupérac (1577), Antonio Tempesta (1593), Giovanni Battista Falda (1676) e nella riedizione Tempesta–De Rossi (1693). Le tre colonne del Tempio dei Dioscuri aiutano a localizzare la chiesa, demolita nel 1899–1900. Falda ne raffigura l’aspetto seicentesco, mentre la riedizione di Tempesta conserva una rappresentazione simile a quella cinquecentesca
Nei ritagli di Dupérac e Tempesta, Santa Maria Liberatrice è facilmente localizzabile grazie alle colonne dei Dioscuri. Il loro alto podio è in gran parte nascosto: il terreno arriva vicino alla base dei fusti. Questo rapporto offre un riferimento concreto per comprendere il paesaggio. Le colonne che oggi vediamo innalzarsi sopra un poderoso basamento emergevano allora da una quota molto più alta rispetto alla piazza antica.
Falda rappresenta la chiesa dopo la ristrutturazione seicentesca dell’architetto Onorio Longhi, con un aspetto più articolato. Le immagini permettono così di seguire un luogo di culto attraverso le sue trasformazioni, prima della scomparsa.
Santa Maria Liberatrice venne demolita nel 1899-1900, nel corso delle esplorazioni di questo settore. La riscoperta delle strutture più antiche comportò la perdita di una presenza che per secoli aveva caratterizzato il Campo Vaccino.
Intorno alla metà del IX secolo, papa Leone IV fece costruire una nuova chiesa nell’area del Tempio di Venere e Roma, dove esisteva già un oratorio dedicato ai santi Pietro e Paolo.
Santa Maria Nova, oggi conosciuta come Santa Francesca Romana, raccolse funzioni e devozioni dell’antica Santa Maria Antiqua. Vi venne trasferita anche una venerata icona della Vergine proveniente dalla chiesa sepolta dal terremoto. Il nome stesso della nuova sede conservava il ricordo della precedente.

Santa Maria Nova, oggi Santa Francesca Romana (freccia arancione), nelle rappresentazioni di Étienne Dupérac (1577), Antonio Tempesta (1593), Giovanni Battista Falda (1676) e nella riedizione Tempesta–De Rossi (1693). Le immagini mostrano la chiesa e gli edifici conventuali accanto all’Arco di Tito. Al prospetto cinquecentesco subentrò la facciata realizzata da Carlo Lambardi fra il 1612 e il 1615, raffigurata nella riedizione del 1693
Le rappresentazioni cinquecentesche mostrano la chiesa con il suo campanile e un prospetto diverso da quello successivo. Nel Tempesta del 1593 è leggibile il portico; nella riedizione del 1693 compare la nuova facciata, realizzata da Carlo Lambardi fra il 1612 e il 1615, che incorporò quello precedente.
Falda permette di osservare anche gli edifici conventuali e gli spazi recintati intorno alla chiesa. Il complesso occupava una parte consistente di questo settore, a stretto contatto con le strutture antiche e con l’Arco di Tito.
La chiesa sopravvive ancora, ma il paesaggio che la circonda è stato profondamente trasformato dagli scavi e dalla rimozione di numerose costruzioni.
Il cosiddetto Tempio di Romolo venne incorporato nel VI secolo nel complesso dei Santi Cosma e Damiano, assumendo la funzione di vestibolo della chiesa.
La porta bronzea, le colonne e la facciata sopravvissero grazie a questo nuovo uso. Anche le pitture medievali conservate nella rotonda raccontano la sua vita cristiana.

Il complesso dei Santi Cosma e Damiano (freccia arancione) nelle rappresentazioni di Étienne Dupérac (1577), Antonio Tempesta (1593), Giovanni Battista Falda (1676) e nella riedizione Tempesta–De Rossi (1693). La rotonda del cosiddetto Tempio di Romolo, utilizzata come vestibolo della basilica, appare inserita fra gli edifici del complesso religioso. Le immagini documentano il suo rapporto con il tessuto costruito lungo il Campo Vaccino
Nei dettagli di Tempesta, la rotonda si trova accanto al campanile ed è collegata al corpo della chiesa. In Falda l’insieme degli edifici e degli spazi interni è ancora più evidente.
Queste immagini aiutano a riconoscere un complesso religioso là dove oggi il visitatore tende a soffermarsi soprattutto sulla facciata del monumento antico.
Intorno al 1632, durante il pontificato di Urbano VIII Barberini, la basilica subì una profonda ristrutturazione, con il rialzamento del pavimento. Alle trasformazioni del terreno si rispondeva modificando anche gli spazi interni.
La storia delle quote proseguì in direzione opposta con gli scavi moderni davanti alla rotonda. Nel 1899 venne raggiunto il livello augusteo della Via Sacra, rimuovendo la pavimentazione soprastante, realizzata dopo l’incendio del 64 d.C.
Ecco perché l’ingresso del monumento sembra oggi sospeso sopra la strada: l’edificio del IV secolo si affaccia su un piano di calpestio molto precedente alla sua costruzione.
Un’altra trasformazione è ancora evidente nel Tempio di Antonino e Faustina, riutilizzato come chiesa di San Lorenzo in Miranda.
Il portico antico continuò a definire l’immagine dell’edificio, mentre al suo interno e alle sue spalle la chiesa veniva adattata e ricostruita.
Nel 1429 il complesso fu affidato all’Università degli Speziali, la Universitas Aromatariorum, che riuniva i preparatori e venditori di medicinali; nel 1602 è documentata una nuova riedificazione della chiesa.

San Lorenzo in Miranda, nel Tempio di Antonino e Faustina (freccia arancione), nelle rappresentazioni di Étienne Dupérac (1577), Antonio Tempesta (1593), Giovanni Battista Falda (1676) e nella riedizione Tempesta–De Rossi (1693). Il portico antico permette di riconoscere il monumento attraverso le diverse raffigurazioni della chiesa e delle costruzioni circostanti, mostrando il suo inserimento nel tessuto urbano del Campo Vaccino
Nelle diverse rappresentazioni le colonne costituiscono il riferimento più stabile. Cambiano invece l’architettura cristiana e gli edifici circostanti: il monumento romano faceva parte di un insieme costruito, molto diverso dall’attuale sistemazione archeologica.
La porta della chiesa, oggi molto più alta del piano di visita, conserva un’indicazione immediata della quota del terreno prima degli scavi. Gli scavi hanno rimesso in evidenza l’alto podio del tempio; la scalinata frontale, oggi ricostruita in mattoni, aiuta a comprenderne l’accesso antico.
Le famiglie aristocratiche medievali trovarono nelle costruzioni romane strutture robuste da adattare alle proprie esigenze.
L’Arco di Tito venne inglobato nella fortezza dei Frangipane. Un monumento celebrativo dell’impero diventava così parte di un sistema di controllo del territorio.

L’Arco di Tito (in arancione) nelle rappresentazioni di Étienne Dupérac (1577), Antonio Tempesta (1593), Giovanni Battista Falda (1676) e nella riedizione Tempesta–De Rossi (1693). Il monumento appare collegato a muri e costruzioni presso il complesso di Santa Maria Nova, in un contesto molto diverso dall’attuale sistemazione isolata. I dettagli documentano le successive forme del suo inserimento nel paesaggio del Campo Vaccino
Nelle rappresentazioni successive l’arco compare ancora in rapporto con muri ed edifici vicini. Non tutti appartenevano alla stessa fase, ma il confronto con il monumento attuale rende evidente il cambiamento: oggi lo vediamo isolato, mentre per secoli fu inserito in un paesaggio costruito.
Anche l’Arco di Settimio Severo, ai piedi del Campidoglio, venne inglobato in una fortificazione medievale: nel XII secolo la sua parte settentrionale faceva parte del complesso della famiglia dei Cimini, detto claustrum Cimini.
L’Arco di Settimio Severo nelle rappresentazioni di Étienne Dupérac (1577), Antonio Tempesta (1593), Giovanni Battista Falda (1676) e nella riedizione Tempesta–De Rossi (1693). Nei dettagli cinquecenteschi si riconosce la torre associata al monumento, particolarmente evidente in Dupérac e Tempesta del 1593. Le immagini restituiscono inoltre il rapporto dell’arco con le costruzioni e con il terreno rialzato del Campo Vaccino, che ne nascondeva la parte inferiore">L’Arco di Settimio Severo nelle rappresentazioni di Étienne Dupérac (1577), Antonio Tempesta (1593), Giovanni Battista Falda (1676) e nella riedizione Tempesta–De Rossi (1693). Nei dettagli cinquecenteschi si riconosce la torre associata al monumento, particolarmente evidente in Dupérac e Tempesta del 1593. Le immagini restituiscono inoltre il rapporto dell’arco con le costruzioni e con il terreno rialzato del Campo Vaccino, che ne nascondeva la parte inferiore
Nei ritagli di Dupérac e Tempesta del 1593 si riconosce la torre in corrispondenza dell’arco. Le rappresentazioni più tarde ne restituiscono un aspetto diverso.
Le immagini documentano il riuso del monumento e le successive sistemazioni, ma non devono essere lette come fotografie: punti di vista, semplificazioni e aggiornamenti delle tavole condizionano ciò che viene mostrato.
Il Foro medievale continuava a essere attraversato anche dalle cerimonie della Roma papale. Nel percorso di ritorno dal Vaticano al Laterano descritto nel XII secolo da Benedetto Canonico, il corteo raggiungeva la valle passando accanto al Carcere Mamertino e sotto l’Arco di Settimio Severo. Proseguiva poi verso la Via Sacra e l’Arco di Tito.
Gli antichi passaggi continuavano a orientare la città, pur attraverso modifiche dei tracciati e delle quote. È proprio la relazione fra percorsi cerimoniali e rialzamenti del terreno uno degli elementi sui quali Guidobaldi fonda la sua proposta di ricostruzione del rinnovamento urbano.
Nel frattempo, riconoscere i monumenti antichi diventava più difficile. Le iscrizioni potevano essere distrutte insieme ai marmi; basamenti e strade scomparivano sotto i riporti; edifici trasformati acquistavano nuovi nomi.
I Mirabilia Urbis Romae, diffusi dal XII secolo, mescolavano memorie dell’antichità, racconti cristiani e interpretazioni fantastiche. Guidobaldi suggerisce che le demolizioni e i consistenti interramenti abbiano contribuito a questa perdita della memoria topografica.
Anche le mappe cinquecentesche e seicentesche conservano identificazioni diverse da quelle attuali. Le tre colonne dei Dioscuri sono indicate erroneamente come resti del Tempio di Giove Statore; le grandi arcate della Basilica di Massenzio vengono chiamate Tempio della Pace.

Rovine riconoscibili, nomi diversi. A sinistra, Dupérac (1577) indica le tre colonne del Tempio dei Dioscuri come «T. Iouis Statoris», Tempio di Giove Statore; a destra, Falda (1676) identifica la Basilica di Massenzio come Tempio della Pace. Le denominazioni testimoniano le interpretazioni dei monumenti precedenti alle identificazioni archeologiche moderne
Sono testimonianze più tarde di una lunga storia della conoscenza: le rovine erano visibili, ma i loro nomi e le loro funzioni dovevano essere ricostruiti attraverso fonti, confronti e discussioni.
Le vedute generali permettono ora di riunire i luoghi che abbiamo osservato uno per uno.

Il Campo Vaccino nelle rappresentazioni di Étienne Dupérac (1577), Antonio Tempesta (1593), Giovanni Battista Falda (1676) e nella riedizione Tempesta–De Rossi (1693). Le rovine antiche emergono fra chiese, abitazioni, giardini e recinti. In Falda e nella riedizione di Tempesta, un doppio filare alberato attraversa la valle, delineando un paesaggio molto diverso dall’attuale area archeologica
Le chiese scandiscono i margini della valle; le colonne emergono dal terreno; case e recinti occupano spazi oggi aperti. In Falda e nella riedizione di Tempesta del 1693, il doppio filare alberato attraversa il Campo Vaccino e ne organizza la prospettiva.
Le testimonianze scritte ricordano gli olmi e la grande vasca presso le colonne dei Dioscuri, utilizzata come abbeveratoio. Il bestiame conviveva con le attività dei residenti e con il passaggio dei visitatori.
Il Campo Vaccino era dunque un luogo di lavoro e di transito. Artisti, antiquari e viaggiatori osservavano e disegnavano le rovine; chi cercava materiali da costruzione vi vedeva altre possibilità.
Uno stesso frammento poteva essere studiato, copiato, riutilizzato o distrutto.
Nel Rinascimento, l’interesse per Roma antica crebbe insieme al rinnovamento edilizio della città. Umanisti, artisti e architetti misuravano i monumenti e copiavano iscrizioni, mentre i cantieri richiedevano pietre e marmi.
Durante i pontificati di Giulio II della Rovere e Leone X Medici, anche il Foro continuò a fornire materiali. Il recupero poteva comportare lo smontaggio delle strutture o la trasformazione dei marmi in calce.

Herman Posthumus, Paesaggio con rovine romane (Tempus edax rerum), 1536, olio su tela, dettaglio. Vaduz–Vienna, The Princely Collections
Il dipinto di Posthumus propone una composizione di rovine e frammenti romani. Il titolo, tratto da Ovidio (Metamorfosi, XV, 234-235), richiama il tema del “tempo edace”, che consuma ogni cosa: una riflessione sulla fragilità delle testimonianze antiche. Ciò nonostante, in primo piano possiamo osservare un artista che sta misurando un frammento architettonico, per poterlo, a suo modo, riportare in vita.
A Roma, però, alla perdita provocata dal tempo si aggiungeva quella prodotta dagli uomini. La Lettera a Leone X, elaborata nel 1519 da Raffaello e Baldassarre Castiglione, denunciava le distruzioni e accompagnava un progetto di rilievo dei monumenti. Le rovine erano documenti da studiare e tramandare.
La conoscenza dell’antico e la sua conservazione non procedevano ancora insieme in modo costante.
Nel 1536, per l’ingresso di Carlo V dopo la campagna di Tunisi, papa Paolo III Farnese predispose una via trionfale attraverso il Foro.
Gli archi antichi tornarono a essere protagonisti di una cerimonia imperiale. Il collegamento rettilineo fra l’Arco di Tito e quello di Settimio Severo non riproduceva fedelmente il tracciato della Via Sacra: era un nuovo percorso, preparato per il corteo.
Le demolizioni e la sistemazione del terreno modificarono stabilmente il Campo Vaccino. L’uso celebrativo delle rovine produceva così un’altra trasformazione del paesaggio.
Per immaginare il passaggio dell’imperatore fra i monumenti antichi, il Parco archeologico del Colosseo propone il cortometraggio animato
1536: il corteo di Carlo V
, parte della serie Miracolose ruine: una ricostruzione moderna che racconta i preparativi e le trasformazioni del Foro per l’ingresso imperiale.Tra Seicento e Settecento, pittori e viaggiatori del Grand Tour fecero del Campo Vaccino uno dei paesaggi più celebri di Roma. Le loro immagini conservano anche ciò che gli scavi avrebbero eliminato: alberi, percorsi, edifici e attività quotidiane intorno ai monumenti.
![Claude Lorrain, Veduta del Campo Vaccino, circa 1636, Parigi, Louvre, inv. 4713 [Wikimedia Commons, Pubblico dominio]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/10/Vue_du_Campo_Vaccino_-_Claude_Gellee_dit_le_Lorrain_-_Louvre_-_INV_4713__MR_1741.jpg)
Claude Lorrain, Veduta del Campo Vaccino, circa 1636, Parigi, Louvre, inv. 4713 [Wikimedia Commons, Pubblico dominio]Nel Settecento, Winckelmann contribuì a rinnovare lo studio dell’arte antica, cercando di comprenderne lo sviluppo storico.
All’inizio dell’Ottocento, Carlo Fea, commissario delle antichità dal 1801, promosse scavi e interventi di tutela nel Foro. La progressiva liberazione dei monumenti modificava il paesaggio e permetteva di precisare identificazioni e rapporti fra gli edifici.
Dopo il 1870, nella Roma divenuta capitale d’Italia, l’esplorazione dell’antico acquistò anche un significato politico e identitario. Il Foro era uno dei luoghi nei quali il nuovo Stato cercava le proprie radici.
A questa stagione appartengono figure con ruoli diversi: Pietro Rosa, impegnato soprattutto nelle indagini sul Palatino; Giuseppe Fiorelli, protagonista dell’organizzazione dell’archeologia italiana; Rodolfo Lanciani, che intrecciò fonti, rilievi e osservazione della città.

Il Foro Romano nella Forma Urbis Romae di Rodolfo Lanciani, particolare della tavola XXIX. L’opera, pubblicata fra il 1893 e il 1901, sovrappone le strutture della Roma antica al tessuto della città moderna, delineato in rosso: una lettura della città attraverso le sue trasformazioni. Riproduzione: Encyclopaedia Romana, Università di Chicago
Nella Forma Urbis Romae, Lanciani riporta sulla stessa pianta i resti della città antica e gli edifici e le strade della Roma del suo tempo. Il confronto permette di riconoscere come la città moderna sia cresciuta sopra le strutture romane, talvolta inglobandole nei propri edifici.
Con Giacomo Boni, direttore degli scavi del Foro dal 1898, la ricerca si rivolse con particolare attenzione anche agli strati sottostanti i monumenti più conosciuti.
Il metodo stratigrafico, la raccolta dei materiali e la documentazione con piante, sezioni e fotografie permisero di ricostruire sequenze di trasformazioni.
![La tomba di Giacomo Boni sul Palatino [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/10/Tomba_Giacomo_Boni.jpg)
La tomba di Giacomo Boni sul Palatino [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Le indagini riportarono alla luce testimonianze fondamentali della Roma più antica: il Lapis Niger, le strutture del Comizio, la necropoli presso il Tempio di Antonino e Faustina e i livelli arcaici della valle. Tornò visibile anche Santa Maria Antiqua, con le sue pitture.
Il legame di Boni con questi luoghi durò fino alla morte: nel 1925 venne sepolto sul Palatino, nel giardino degli Horti Farnesiani, dove ancora oggi si trova la sua tomba.
Sotto la piazza repubblicana e imperiale riapparivano le tracce di una storia molto più remota. Il nostro percorso cronologico torna così al punto da cui era cominciato: la valle, le sepolture e i primi luoghi sacri.
La riscoperta comportò anche perdite. Per raggiungere i livelli antichi vennero rimossi terreni, strade, edifici e testimonianze delle epoche successive.
Santa Maria Liberatrice scomparve; Sant’Adriano venne privata di gran parte delle sue strutture; monumenti inglobati in costruzioni più recenti furono isolati. Le mappe che abbiamo osservato conservano l’immagine di ciò che oggi manca.
Il paesaggio archeologico attuale deriva da scelte su ciò che conservare, mettere in evidenza o sacrificare. Guardando il Foro, vediamo accostate testimonianze di epoche differenti, che non furono sempre visibili contemporaneamente.
La progressiva liberazione delle rovine trasformò il Campo Vaccino nell’area archeologica che conosciamo. Nuove indagini e restauri continuano a modificare la comprensione dei monumenti e delle loro relazioni.
![Veduta del Foro Romano dalla Terrazza del Palatino [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]](https://www.appasseggioblog.it/wp-content/uploads/2026/08/Foro_Romano_panoramica-1.jpg)
Veduta del Foro Romano dalla Terrazza del Palatino [Foto: Maria Teresa Natale, CC BY-NC-SA]Il Foro è sopravvissuto attraverso le sue trasformazioni: nelle chiese e nelle fortificazioni, nei materiali riutilizzati, nelle vedute degli artisti e nei documenti degli archeologi.
La valle attraversata dall’acqua, con la quale abbiamo aperto questa serie, è riemersa grazie agli scavi moderni. Il percorso attraverso i secoli torna alle origini. Resta ora da seguirne le strade: quelle che collegavano santuari, botteghe e luoghi del potere, e che ancora oggi orientano, nonostante le tante modificazioni, la nostra passeggiata.
[Maria Teresa Natale]
Dal Foro Romano al Campo Vaccino e ritorno: la lunga riscoperta del cuore di Roma
