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Lunedì 19 Ottobre 2026 09:10

Memoria della deportazione: «Mai più antisemitismo»



La commemorazione del 16 ottobre 1943 promossa da Comunità di Sant’Egidio e Comunità ebraica di Roma. Monsignor Gnavi: «Disarmare ogni pregiudizio». Il ricordo di Settimia Spizzichino, sopravvissuta ad Auschwitz e Bergen-Belsen

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Ci sono pietre che raccontano storie. Quelle d’inciampo, disseminate tra le strade del quartiere ebraico, Trastevere e alter zone della Capitale, che ricordano i nomi degli ebrei romani strappati alle proprie abitazioni durante le persecuzioni nazifasciste. A queste ha fatto riferimento monsignor Marco Gnavi, delegato del cardinale vicario Baldo Reina, intervenendo nella serata di domenica 18 ottobre alla commemorazione della deportazione del 16 ottobre 1943, promossa dalla Comunità ebraica di Roma e dalla Comunità di Sant’Egidio, al Portico d’Ottavia, nel largo intitolato proprio a quella data. Ottantatré anni fa, proprio in quelle strade, le SS, affiancate dai collaborazionisti italiani, rastrellarono intere famiglie. Furono 1.023 gli ebrei romani deportati ad Auschwitz-Birkenau, dei quali soltanto 16 fecero ritorno. La commemorazione, che dal 1994 riunisce le due comunità, è stata l’occasione per ricordare le vittime e riflettere sul riemergere dell’antisemitismo.

«Ogni pietra d’inciampo chiede di fermarsi, ricordare, riflettere», ha osservato Gnavi, sottolineando come quei piccoli monumenti restituiscano «i volti, le storie di famiglie segnate dall’assurdo della violenza antisemita». Per il sacerdote, il ricordo della Shoah non riguarda soltanto il passato, ma interpella il presente: «Questa memoria tanto dolorosa pone ancora domande vitali al nostro presente, alla nostra città e a noi che insieme la abitiamo». Gnavi ha ricordato anche Settimia Spizzichino, sopravvissuta ai campi di Auschwitz e Bergen-Belsen, che dedicò parte della propria vita a testimoniare gli orrori della deportazione. Citando una poesia a lei dedicata, ha richiamato le parole «Mantenete la memoria, ricordate la mia vita», sottolineando la responsabilità di trasmettere alle nuove generazioni la testimonianza dei sopravvissuti.

Da qui l’impegno della diocesi di Roma, che «intende servire il disarmo di ogni pregiudizio, di ogni istinto violento per costruire insieme un presente e un futuro libero da ogni forma di antisemitismo». Gnavi ha quindi richiamato le parole pronunciate da Papa Leone XIV in occasione della Giornata internazionale di commemorazione delle vittime dell’Olocausto: «Chiedo all’Onnipotente il dono di un mondo senza più antisemitismo, senza più pregiudizio, oppressione e persecuzione per alcuna creatura umana». Un impegno che trova fondamento nella fraternità e nella vigilanza, indicate dal sacerdote come condizioni necessarie per contrastare l’odio e la discriminazione.

Sui rischi dell’indifferenza si è soffermato Victor Fadlun, presidente della Comunità ebraica di Roma. «Prima dei treni per Auschwitz ci furono la propaganda, la discriminazione, l’isolamento degli ebrei. Prima dello sterminio ci fu la progressiva accettazione dell’odio nella nostra società italiana», ha ricordato. Il presidente ha denunciato la diffusione di nuovi episodi di antisemitismo nelle strade, nelle università e nel dibattito pubblico, sottolineando che «nessuna guerra può giustificare l’odio contro gli ebrei».

Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ha parlato della solitudine della Comunità ebraica, ieri come oggi. Una condizione alimentata non soltanto dall’antisemitismo, ma anche «dall’indifferenza, dall’ignavia, dall’irresponsabilità» e dalla paura di manifestare amicizia nei momenti difficili. «Quel dolore è vostro ma è anche nostro», ha dichiarato Riccardi, ricordando il legame tra la Comunità ebraica e quella cristiana di Roma. Un’amicizia che trova un riferimento nell’incontro tra Giovanni Paolo II e il rabbino capo Elio Toaff alla sinagoga di Roma: un gesto che segnò, ha ricordato, il passaggio dalle dichiarazioni ai fatti, attraverso decenni di collaborazione e dialogo.

Alla commemorazione sono intervenuti anche il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, che ha richiamato i simboli della colomba e dell’arcobaleno come espressione di un comune desiderio di pace, e Livia Ottolenghi, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane. «Oggi non è più il tempo di un impegno solo istituzionale, è il tempo dell’impegno personale», ha affermato Ottolenghi, invitando a riconoscere e contrastare stereotipi e manifestazioni di antisemitismo nella vita quotidiana. Un richiamo alla responsabilità individuale che si lega alle parole di monsignor Gnavi: fermarsi, ricordare, riflettere. È quanto chiedono le pietre d’inciampo, presenti in tanti luoghi della città, perché il ricordo del 16 ottobre non rimanga confinato alle commemorazioni ma continui a orientare le scelte del presente.

19 ottobre 2026

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