Venerdì 23 Ottobre 2026 09:10
Padre Ripamonti: «I diritti non sono mai ottenuti per sempre»


Al Massimo la XX edizione de "La scrittura non va in esilio", concorso dedicato agli studenti che mette al centro la scuola come luogo di pace. Le testimonianze dei rifugiati e le voci dei ragazzi. Il gesuita: «Il futuro, fondato su ascolto e condivisione»
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C’è chi per andare a scuola deve attraversare una zona di guerra. Chi è costretto ad abbandonarla perché è una ragazza. E chi, arrivato in un Paese sconosciuto, deve imparare una nuova lingua prima ancora di riuscire a raccontare la propria storia. Il diritto all’istruzione, così spesso dato per scontato, è stato uno dei fili conduttori della ventesima edizione de “La scrittura non va in esilio”, il concorso promosso dal Centro Astalli che ieri, 22 ottobre, ha riunito studenti e insegnanti all’Auditorium dell’Istituto Massimiliano Massimo di Roma. Una mattinata ricca di testimonianze, riflessioni e premiazioni, in cui le parole dei ragazzi hanno incontrato quelle di chi ha conosciuto da vicino la guerra, l’esilio e la fatica di ricominciare.
«I diritti non sono mai ottenuti per sempre, bisogna combattere per riconquistarli e riaffermarli». È il messaggio affidato ai giovani da padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, che ha richiamato l’attenzione sul diritto delle persone rifugiate allo studio, alla casa, alla libertà di espressione e di religione. Una battaglia da condurre, ha precisato, «senza violenza, con le parole, costruendo pace, costruendo dialogo». Perché il futuro, ha aggiunto, deve essere fondato «sull’ascolto e sulla vita insieme». In un mondo attraversato da conflitti e divisioni, Ripamonti ha indicato nell’incontro tra i giovani un motivo concreto di speranza. «Questi momenti di festa sono espressione di ascolto, di condivisione», ha osservato. Un impegno che chiama in causa anzitutto la scuola, luogo privilegiato per imparare a convivere con le differenze.
Un concetto ripreso anche da padre Claudio Zonta, vicepresidente del Centro Astalli, e da Edoardo Prandi, dell’Istituto Massimo, che hanno sottolineato il ruolo dell’educazione e della cultura nel costruire relazioni e superare i pregiudizi. Un richiamo particolarmente attuale alla luce dei recenti episodi di violenza urbana, con giovani coinvolti in disordini e devastazioni a Milano. La riflessione si è allargata poi alle disuguaglianze che attraversano le città e le periferie: perché se condannare la violenza è necessario, occorre però interrogarsi sulle condizioni sociali che alimentano rabbia e marginalità. Ed è in questo contesto che la scuola e la cultura diventano strumenti per contrastare la logica del possesso e del consumismo.
A dare corpo a queste riflessioni sono state le testimonianze degli ospiti, a cominciare da Sofia Yaremchuk, maratoneta di origine ucraina e primatista italiana. Arrivata in Italia senza conoscere la lingua, ha trovato nello sport uno strumento di integrazione. «La mia ancora di salvezza è stata la pista», ha raccontato, ricordando il sostegno ricevuto durante il suo percorso. Poi il pensiero ai giovani del suo Paese, costretti a interrompere lezioni e allenamenti per rifugiarsi dai bombardamenti. «Lo sport unisce i popoli», ha detto agli studenti, invitandoli a non fermarsi davanti alle difficoltà.
Dall’Ucraina all’Afghanistan, con la testimonianza della giornalista Angela Iantosca, che ha raccolto le storie di ventuno donne afghane rifugiate, mettendole in relazione con quelle delle madri costituenti italiane. Donne che, pur avendo perso libertà e diritti, continuano a testimoniare il valore della resistenza. «Abbiamo un dovere, come giornalisti ma anche come esseri umani, di mantenere accesa una luce su tutti quei territori che solitamente ignoriamo», ha affermato. E ha ricordato le parole di una giovane rifugiata: «Siate gentili, perché voi non sapete chi avete di fronte e non sapete qual è la ferita che attraversa quel corpo». Un invito a guardare oltre l’indifferenza, raccolto anche dal documentarista Alessandro Galassi, che ha presentato le immagini del suo lavoro su Haiti. Qui, ha raccontato, alcuni bambini sono costretti ad attraversare territori segnati dalla violenza per raggiungere la scuola. Sulla dimensione globale delle migrazioni è intervenuto Riccardo Clerici dell’Unhcr, ricordando i circa 120 milioni di persone costrette a lasciare la propria casa e le conseguenze dei tagli ai finanziamenti destinati all’assistenza umanitaria.
Ma il cuore della manifestazione sono stati i ragazzi, protagonisti dei concorsi “La scrittura non va in esilio”, “Scriviamo a colori” e “Versi diversi”, nati dai percorsi di incontro con i rifugiati e di dialogo interculturale promossi dal Centro Astalli. «L’istruzione non è solo un diritto, ma soprattutto una forma di libertà», ha spiegato Sara Mingoia, seconda classificata nel concorso principale con un racconto ispirato a una scuola realizzata con pneumatici in un campo per rifugiati. Per Cristiano Raponi, terzo classificato, il problema è invece la difficoltà di ascoltare davvero: «Giudichiamo prima di capire cosa c’è dietro». E ascoltare, ha aggiunto, significa mettere da parte il pregiudizio e provare a comprendere chi abbiamo davanti. Un esercizio che torna anche in “Nuovo inserimento”, il racconto di Giulia Iacolare, vincitrice del primo premio. A parlare è un registro elettronico che annota voti, assenze e ritardi di uno studente appena arrivato dall’estero, senza poter registrare le sue paure, la nostalgia di casa o i piccoli gesti dei compagni che lentamente lo fanno sentire accolto. «Mi piaceva l’idea di qualcosa che registra tutto, tranne le cose più importanti», ha spiegato la studentessa.
23 ottobre 2026
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