Venerdì 23 Ottobre 2026 10:10
Proteste giovanili, Acli: «Prima di giudicare bisogna ascoltare»


I Giovani dell'associazione evidenziano che «migliaia di ragazzi hanno chiesto scuole sicure, case che si possano pagare, il diritto di studiare senza indebitarsi, la pace. Capire da dove nasce la rabbia non vuol dire giustificare chi ha devastato e saccheggiato, vuol dire non fermarsi a quello»
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Non guardare ai giovani con indifferenza o, peggio, con meschina sottovalutazione. Parte da qui, da questo appello lanciato ieri, 22 ottobre, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla consegna delle insegne ai Cavalieri del lavoro, la riflessione dei Giovani delle Acli sulle manifestazioni di piazza degli ultimi giorni. «È il punto da cui partire – dichiara il coordinatore nazionale Simone Romagnoli -. In questi giorni si è parlato tanto di quello che è successo nelle piazze e quasi per niente del perché. Migliaia di ragazzi hanno chiesto scuole sicure, case che si possano pagare, il diritto di studiare senza indebitarsi, la pace. Sono richieste precise. Capire da dove nasce la rabbia non vuol dire giustificare chi ha devastato e saccheggiato, vuol dire non fermarsi a quello».
Il problema, per Romagnoli, coinvolge anche chi giudica, vale a dire «una generazione adulta che sembra aver dimenticato di essere stata giovane. Molti di quelli che oggi chiedono il pugno duro, alla loro età, in piazza c’erano – rileva -. E qualcuno li ha ascoltati. Oggi guardano i ragazzi dall’alto e li giudicano, invece di chiedersi che Paese gli stanno lasciando. Il caro-affitti, il lavoro precario e le disuguaglianze non li hanno creati i ventenni». Eppure, prosegue, «ai quindicenni lo Stato risponde con il fermo preventivo prima ancora di chiedersi perché fossero in quella piazza. È la risposta di chi ha già deciso di non ascoltare – la critica alle misure del governo Meloni -. A Milano e nell’hinterland il costo della vita e la mancanza di opportunità pesano soprattutto sui ragazzi delle periferie e sulle seconde generazioni».
Il coordinatore dei Giovani delle Acli ha le idee chiare. «Mandare 500 militari in strada non serve a nulla – afferma -. Serve educazione, non repressione: scuole aperte anche il pomeriggio, educatori di strada, centri di aggregazione, posti in cui i ragazzi si sentano parte di una comunità e non sorvegliati. Se si trovano le risorse per i militari, si trovano anche per gli educatori. È una scelta su dove mettere i soldi».
La conferma del legame tra condizioni materiali e partecipazione emerge anche dalla ricerca Acli-Iref “Un lavoro diverso”, condotta su 1.525 giovani tra i 18 e i 34 anni: per il 67,9% un Paese in cui molti giovani non trovano un lavoro dignitoso non può dirsi democratico. «Chiediamo alle istituzioni di aprire un confronto vero con gli studenti e con le loro organizzazioni – conclude Romagnoli – e di rispondere con scelte concrete. Dagli alloggi pubblici, agli investimenti nella scuola pubblica, fino al tema del lavoro dignitoso che deve essere garantito alla nostra generazione. Noi facciamo la nostra parte – assicura -: i circoli Acli sono aperti e siamo pronti a ospitare questo confronto, a Milano e in tutta Italia. Ascoltare è il primo compito di chi governa».
23 ottobre 2026
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