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Sabato 24 Ottobre 2026 19:10

”Febbre da cavallo”, cinquant’anni di un mito senza tempo: a Capannelle rivive la Roma di Gigi Proietti

Mezzo secolo dopo l’uscita nelle sale, il film di Steno continua a parlare agli italiani.

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Mezzo secolo dopo l’uscita nelle sale, il film di Steno continua a parlare agli italiani. Una commedia diventata memoria collettiva, tra ippodromi, scommesse, amicizie improbabili e quella romanità capace di trasformare anche una sconfitta in una risata.

Certe passioni non invecchiano. Si tramandano, si trasformano in ricordi, diventano parte di una lingua comune.
Basta pronunciare poche parole perché riaffiorino volti, scene e risate di un’Italia che sembra lontana, ma che in fondo non ha mai smesso di appartenerci. È il destino di Febbre da cavallo, la commedia diretta da Steno e uscita il 29 ottobre 1976, diventata negli anni uno dei film più amati della storia del cinema popolare italiano. Cinquant’anni dopo, il suo mondo torna idealmente a casa, a Roma, con una celebrazione speciale all’Ippodromo delle Capannelle, in programma il 29 ottobre 2026.
Una ricorrenza che va oltre il semplice anniversario cinematografico: è un viaggio nella memoria di una città, nel suo umorismo e in una passione capace di attraversare le generazioni.

Mandrake e Pomata, eroi imperfetti di un’Italia indimenticabile.

Gigi Proietti ed Enrico Montesano hanno dato vita a due personaggi rimasti impressi nell’immaginario collettivo: Mandrake e “er” Pomata. Due uomini alle prese con pronostici, debiti, corse e sogni di una vincita che possa cambiare tutto.
Attorno a loro si muove un universo di amici, complici e scommettitori, nel quale la speranza di azzeccare il cavallo giusto finisce spesso per scontrarsi con la realtà. Eppure, il segreto del film non sta soltanto nelle scommesse o nelle disavventure dei protagonisti. Sta soprattutto nella loro umanità. Mandrake e Pomata non sono eroi, non sono vincenti, non rappresentano modelli da imitare. Sono personaggi pieni di difetti, capaci di sbagliare con una tenacia quasi commovente e di rialzarsi ogni volta, convinti che la prossima corsa possa essere quella decisiva. È qui che la comicità di Steno incontra qualcosa di più profondo: il ritratto di un Paese che sogna, si arrangia, si illude e continua a sperare. Una comicità mai separata dalla vita quotidiana, nella quale il confine tra la tragedia personale e la risata è spesso sottilissimo.

La Roma delle corse e delle battute diventate leggenda.

Nel film c’è una Roma che oggi appartiene in parte alla memoria: i ritmi più lenti, le amicizie vissute per strada, le discussioni interminabili, il linguaggio diretto e colorito, l’arte di cavarsela anche quando tutto sembra andare storto. Le battute di Febbre da cavallo hanno superato il tempo e il pubblico originario. Sono entrate nelle conversazioni quotidiane, nelle citazioni tra amici, nei ricordi familiari. Per molti spettatori, ricordare una scena significa tornare a una serata al cinema, a una videocassetta consumata, a una risata condivisa con qualcuno che oggi magari non c’è più. È questa la forza dei film diventati cult: non restano confinati sullo schermo, ma finiscono per accompagnare la vita delle persone. Ogni generazione li riscopre a modo suo, trovando nuove ragioni per ridere e riconoscersi nei loro personaggi.

Capannelle, un luogo che custodisce la memoria dell’ippica.

L’Ippodromo delle Capannelle rappresenta uno dei luoghi storici dell’ippica romana. Le sue piste, il rumore degli zoccoli, l’attesa prima della partenza e gli occhi puntati sui cavalli raccontano una tradizione sportiva e popolare che ha attraversato decenni. La celebrazione del cinquantenario di Febbre da cavallo assume quindi un valore simbolico particolare. Il cinema e l’ippica si incontrano ancora una volta, richiamando un immaginario nel quale la corsa non è soltanto una competizione, ma anche un rito collettivo fatto di attese, pronostici, speranze e delusioni. Bisogna ricordare che alcune scene del film furono girate all’ippodromo di Tor di Valle: il legame con Capannelle è dunque soprattutto quello con la tradizione ippica romana e con il mondo culturale evocato dalla pellicola. Una distinzione che non riduce il significato della celebrazione, ma aiuta a raccontarla con precisione. Oggi Capannelle è anche il simbolo di una storia che cerca di continuare. Dopo un periodo difficile, la ripresa delle corse nel settembre 2026 ha riacceso l’attenzione su uno spazio che appartiene alla memoria sportiva della capitale. E proprio mentre l’ippodromo guarda al futuro, il cinema gli restituisce una parte del suo passato più popolare.

Cinquant’anni dopo, ridere è ancora un modo per ricordare.

Il tempo passa, i protagonisti cambiano, le città si trasformano. Ma alcuni film continuano a offrire un rifugio familiare, un luogo nel quale ritrovare voci e situazioni che sembrano appartenere alla nostra stessa storia.

Febbre da cavallo è uno di questi. Dietro le scommesse sbagliate e le imprese improbabili di Mandrake e Pomata si nascondono l’amicizia, la fragilità, il desiderio di riscatto e quella straordinaria capacità tutta italiana di scherzare sulle proprie disgrazie. Cinquant’anni dopo, celebrare questo film significa celebrare anche il pubblico che lo ha reso immortale: chi lo conosce a memoria, chi lo ha scoperto da ragazzo e chi lo vedrà per la prima volta. Significa riconoscere che la cultura popolare, quando riesce a raccontare con autenticità le persone e il loro mondo, non appartiene più soltanto all’epoca in cui è nata. A Capannelle, il 29 ottobre, non tornerà soltanto un film, tornerà un pezzo di immaginario romano e italiano, con la sua ironia, le sue contraddizioni e la sua irriducibile voglia di sognare. Perché, in fondo, cinquant’anni non sono bastati a far passare la febbre. E forse, è proprio questo il segreto di Mandrake: continuare a farci ridere di noi stessi, anche quando il cavallo su cui abbiamo puntato non arriva primo.

Fonti: –
comune.roma.it
–
romatoday.it
–
oggiroma.it
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Foto: –
Roma.fanpage.it
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