Lunedì 26 Ottobre 2026 13:10
Da Stallone a Maradona e Pelè: la vita di Carmelo del Jackie O’ diventa un documentario
Prima liberava ostaggi dalle Brigate Rosse, poi decideva chi poteva entrare al Jackie O’. Nel mezzo, una carriera da boxeur, un passato nei NOCS, una quantità imprecisata di personaggi famosi incontrati e qualche vicenda giudiziaria. Ma Carmelo Di Ianni, per i romani semplicemente Carmelo, ha anche dei difetti. Cresciuto alla Cecchignola, classe ‘58, quasi due […]
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Prima liberava ostaggi dalle Brigate Rosse, poi decideva chi poteva entrare al Jackie O’. Nel mezzo, una carriera da boxeur, un passato nei NOCS, una quantità imprecisata di personaggi famosi incontrati e qualche vicenda giudiziaria. Ma Carmelo Di Ianni, per i romani semplicemente Carmelo, ha anche dei difetti.
Cresciuto alla Cecchignola, classe ‘58, quasi due metri di stazza e una raucedine diventata marchio di fabbrica, Carmelo ha scritto la storia del sottobosco della nightlife romana, dall’Easy Going al Notorious, passando per l’Histeria e il Jackie O’. Ora la sua storia è diventata un documentario diretto da Corrado Rizza e presentato ad Alice nella Città, in concomitanza con la Festa del Cinema di Roma.
Per capire davvero chi è Carmelo bisogna partire da un presupposto: a Roma, conoscerlo significava conoscere qualcuno. Ed era preferibile a quel punto farsi vedere mentre lo si salutava, perché era Carmelo, dall’alto del suo metro e novanta abbondante, a decidere chi poteva passare e chi no. E non era necessariamente una questione di soldi, cognomi o amicizie influenti. Carmelo ti abbassava i pantaloni e, se beccava un calzino bianco, ti faceva entrare col coso… esatto, col ca***.
Un’autorità esercitata con criteri tutti suoi che però sono sempre stati quelli giusti, in una città in cui il privilegio di entrare da qualche parte ha sempre avuto un certo fascino. Carmelo gestì il Notorious di via San Nicola da Tolentino dal 1988 al 2003, insieme al fratello di Beatrice Iannozzi, sua compagna per diciotto anni, contribuendo a trasformarlo in uno degli indirizzi più frequentati dal jet set internazionale. Ci passavano Sylvester Stallone, Eddie Murphy, Julia Roberts, George Clooney. Praticamente grazie a Carmelo a Roma c’era tutta Hollywood e, nel 1990, secondo il racconto dello stesso Carmelo, in pista si abbracciarono perfino Pelé e Maradona.
E pensare che, prima di diventare un’autorità della mondanità romana, Carmelo era stato un agente dei NOCS, il reparto speciale antiterrorismo della Polizia. Il suo nome in codice era Bimbo, piuttosto curioso per uno della sua stazza. Nel 1982 partecipò al blitz di Padova che liberò il generale americano James Lee Dozier, sequestrato dalle Brigate Rosse e tenuto prigioniero per 42 giorni. Carmelo era tra gli uomini che fecero irruzione nell’appartamento. Dopo quella vicenda arrivarono anche le accuse per le violenze sui brigatisti e i relativi procedimenti giudiziari, poi nel 1984 Carmelo lasciò la polizia.
E da qui in poi la storia diventa ancora più romana. Qualche anno prima, durante un intervento per sedare una rissa davanti all’Easy Going, Carmelo aveva conosciuto il proprietario Gilberto Iannozzi. Dopo la morte di quest’ultimo si avvicina alla vedova Beatrice, che una sera accompagna a casa all’Olgiata. Nasce una relazione destinata a durare diciotto anni e, insieme, la sua seconda vita nei locali della Capitale, finendo a gestire alcuni dei templi della mondanità romana.
Naturalmente, Carmelo non ha collezionato soltanto serate memorabili e conoscenze illustri. Ci sono stati anche i problemi con la droga, il carcere e tredici mesi a Regina Coeli, dove racconta di aver letto ben 73 libri. E oggi, a 68 anni, è ancora all’ingresso del Jackie O’, davvero poco entusiasta delle abitudini delle nuove generazioni di romani e soprattutto della loro difficoltà ad accettare un richiamo. Questo e molto altro è raccontato nei cinquantacinque minuti del documentario di Corrado Rizza, “Carmelo – Dalla porta di Dozier alla porta del Notorious”. Quasi un’ora di testimonianze e ricordi, da Serena Grandi a Fiorello, da Adriano Giannini a Manuela Moreno, con un collegamento con lo stesso Dozier, oltre quarant’anni dopo la sua liberazione.
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