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Martedì 27 Ottobre 2026 11:10

Non è tutta colpa degli affitti brevi

La crisi abitativa a Roma è reale. Ma tra case vuote, affitti alle stelle e un mercato immobiliare sempre meno accessibile, dare tutta la colpa ad Airbnb rischia di essere una comoda semplificazione di una realtà che di semplice non ha nulla. A Roma trovare casa è diventato uno sport agonistico. Un bilocale costa quanto […]

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La crisi abitativa a Roma è reale. Ma tra case vuote, affitti alle stelle e un mercato immobiliare sempre meno accessibile, dare tutta la colpa ad Airbnb rischia di essere una comoda semplificazione di una realtà che di semplice non ha nulla.

A Roma trovare casa è diventato uno sport agonistico. Un bilocale costa quanto uno stipendio, una stanza per studenti richiede garanzie degne di un mutuo e per prendere in affitto un appartamento sembra ormai necessario presentarsi con tre buste paga, due garanti e una discreta dose di cu… fortuna. La crisi abitativa esiste, eccome, e la viviamo tutti i giorni sulla nostra pelle. Ma come spesso accade quando un problema diventa troppo grande per essere risolto facilmente, si cerca un colpevole abbastanza riconoscibile da potergli attribuire ogni responsabilità. Negli ultimi anni, il ruolo è toccato agli affitti brevi.

Airbnb è diventato il simbolo di una città che si svuota dei residenti per riempirsi di turisti, trolley e cassette portachiavi. Una trasformazione che, soprattutto in alcuni quartieri del centro, è impossibile ignorare. Ma quanto incidono davvero gli affitti brevi sulla crisi della casa a Roma? E soprattutto, eliminandoli, tornerebbero magicamente gli appartamenti a prezzi accessibili per i romani? Oggi vogliamo rispondere partendo dall’unica certezza che ci è rimasta: i numeri.

Secondo i
dati Istat riportati da ANSA nel settembre 2026
, Roma conta 1.454.511 abitazioni, delle quali 152.852 risultano non occupate, pari al 10,5% del patrimonio abitativo della Capitale.

Nello stesso quadro, gli annunci online per affitti brevi rilevati da
AirDNA nell’agosto 2026
erano 20.718, pari all’1,4% del totale delle abitazioni. Gli appartamenti considerati stabilmente attivi secondo
Inside Airbnb
, perché avevano ricevuto almeno una prenotazione nei dodici mesi precedenti, erano invece 13.178: ossia lo 0,9%.

Naturalmente, non tutte le abitazioni non occupate sono immediatamente disponibili o adatte a essere affittate. E gli annunci sulle piattaforme non coincidono necessariamente con il numero effettivo di case sottratte alla locazione residenziale. Ma il confronto restituisce una prima evidenza: il problema delle case che non arrivano sul mercato è più ampio di quello degli affitti turistici.

Eppure, nel dibattito pubblico, è molto più semplice prendersela con una cassetta delle chiavi appesa a un portone che interrogarsi sulle ragioni per cui migliaia di immobili rimangono fuori dal mercato abitativo. E allora la domanda va da sé: perché?

C’è poi un altro dato che merita attenzione. Secondo un’
elaborazione delle statistiche dell’Agenzia delle Entrate pubblicata da
Il Fatto Quotidiano
nel marzo 2026, a Roma i nuovi contratti di locazione registrati sono passati da 48.133 nel 2024 a 54.053 nel 2025, con un incremento del 12,3%. Includendo nel conteggio anche i contratti relativi a porzioni di appartamento destinate agli studenti, il totale sale a 69.736 nel 2025, rispetto ai 58.228 dell’anno precedente. Anche i contratti di lunga durata, 3+2 e 4+4, sono rimasti sostanzialmente stabili: 37.744 nel 2025 contro 37.608 nel 2024.

Ovviamente questo non significa che il mercato funzioni bene, né che non esistano appartamenti convertiti in alloggi turistici. Significa però che la crescita degli affitti brevi non ha coinciso con un crollo generalizzato dei nuovi contratti residenziali.

Il problema, semmai, è che abitare a Roma costa sempre di più.

Secondo il
Market Monitor di Immobiliare.it
, nel 2025 i canoni di locazione nella Capitale sono aumentati del 9%, raggiungendo una media di 17,9 euro al metro quadrato. Per una casa di 70 metri quadrati significa circa 1.250 euro al mese, senza considerare spese condominiali, utenze e tutto il resto dei costi accessori. E il dato forse più impressionante riguarda l’accessibilità:
una persona con un solo reddito può permettersi appena il 2,3% delle abitazioni disponibili in affitto a Roma.

Ed ecco che arriviamo al cuore del discorso: il problema non è solo trovare una casa. È potersela permettere.

Sarebbe altrettanto miope, ovviamente, sostenere che gli affitti brevi non abbiano alcuna conseguenza sulla città. La concentrazione degli alloggi turistici in quartieri come Trastevere, Monti e il centro storico contribuisce a modificare il tessuto sociale, le attività commerciali e l’equilibrio tra residenti e visitatori.

Uno
studio del CNR pubblicato nel maggio 2026, basato su dati AirDNA
, ha rilevato 47.090 annunci attivi a Roma nel 2024, con un giro d’affari stimato di circa 1,1 miliardi di euro. Una dimensione economica tutt’altro che trascurabile.

Le diverse rilevazioni restituiscono numeri differenti perché utilizzano periodi, criteri e definizioni diversi. Ma su una cosa concordano: gli affitti brevi sono ormai una componente importante del mercato immobiliare romano.

Proprio per questo, la questione non dovrebbe essere affrontata come una battaglia tra buoni e cattivi; da una parte i residenti, dall’altra i proprietari di immobili; da una parte il diritto alla casa, dall’altra il turismo.

La sfida dovrebbe essere trovare un equilibrio, distinguendo le aree già sottoposte a una forte pressione turistica dal resto della città, contrastando l’irregolarità e incentivando la disponibilità di abitazioni per chi a Roma vive e lavora.

In questo contesto, anche la professionalizzazione del settore può avere un ruolo. Servizi di
gestione Airbnb a Roma
consentono ai proprietari di affidare gli aspetti operativi e amministrativi delle locazioni a professionisti, favorendo una gestione più organizzata e attenta agli obblighi previsti dalla normativa.

Naturalmente, una gestione professionale non risolve da sola i problemi della città. Ma può contribuire a rendere il settore più trasparente, anziché lasciarlo a una crescita disordinata.

A Roma servono più abitazioni accessibili, politiche abitative efficaci, un utilizzo migliore del patrimonio immobiliare esistente e strumenti capaci di rendere nuovamente conveniente e sicura anche la locazione di lungo periodo. Serve interrogarsi sulle ragioni per cui tanti proprietari preferiscono non affittare, sulle difficoltà di accesso al mercato per giovani e famiglie e sulla crescente distanza tra redditi e canoni richiesti.

In questo scenario, il
property management a Roma
rappresenta un’attività economica che, come molte altre legate al turismo, può e deve convivere con le esigenze dei residenti. Il punto non è difendere indiscriminatamente ogni forma di locazione turistica, ma riconoscere che una città complessa richiede soluzioni altrettanto complesse.

Regolamentare gli affitti brevi può essere necessario. Pensare che basti farlo per risolvere la crisi abitativa è un’altra cosa. Immaginate insieme a noi: se domani sparissero tutte le cassette portachiavi dai portoni di Roma, resterebbero comunque gli stipendi insufficienti, gli affitti proibitivi, le case inutilizzate e la difficoltà di trovare un’abitazione accessibile. E allora, che cosa avremmo risolto?

Forse, a quel punto, bisognerebbe finalmente occuparsi del problema. Non soltanto del suo colpevole preferito.

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