Giovedì 29 Ottobre 2026 12:10
Lotta per le piazze di spaccio


Da agosto 15 bombe sono esplose nel quadrante est, da San Basilio alla Romanina, nel tentativo di ridefinire gli assetti gerarchici dei punti più contesi per la droga. La Dia: in città sistema criminale con un meccanismo sofisticato e articolato
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Da agosto a oggi ben 15 bombe sono esplose nel quadrante est della città, quello che va da San Basilio alla Romanina, contro esercizi commerciali e abitazioni. I giornali hanno scritto di “guerra di mafia”, ma in realtà si tratta del tentativo di ridefinire gli assetti gerarchici delle varie piazze di spaccio. Partiamo dai fatti. Come sottolineano gli inquirenti, gran parte delle attività colpite sono riconducibili a proprietari legati alla criminalità organizzata. Con nomi importanti nel narcotraffico romano.
Il settore est è una zona storicamente controllata dal clan Senese. Il capo indiscusso, Michele Senese, detto ‘o pazzo, camorrista di Afragola a Roma da quaranta anni, è in carcere dal 2013 ma non al 41bis e così, come dimostrato da varie inchieste, continua a comandare dalla cella. Il 19 febbraio c’è stata la sentenza di Cassazione del maxi processo “Affari di famiglia”, sugli affari di Senese da Roma al Nord e alla Svizzera. E la Dda di Roma ha nuovamente chiesto al ministero che venga messo al 41bis. Nel frattempo Giuseppe Molisso e Leandro Bennato, i due luogotenenti più importanti del clan, hanno fatto l’operazione di riunificare tutte le più importanti piazze di spaccio di Roma. Il clan Senese è infatti una confederazione di piazze di spaccio che sono autonome e che entrano nella protezione del clan perché pagano la cocaina molto di più rispetto al prezzo di mercato, una sorta di “pizzo”. A marzo 2025 l’operazione “Cacher” ha portato all’arresto di 26 persone tra le quali proprio Molisso e Bennato. A luglio di quest’anno 22 che avevano scelto il rito abbreviato sono stati condannati a oltre 200 anni di carcere, mentre per Molisso e Bennato c’è il processo ordinario in corso.
Come emergerebbe dalle carte dell’inchiesta, ora il reggente del clan dovrebbe essere Emanuele Selva, detto “facocero”, latitante. Quindi nonostante questi indebolimenti il clan Senese è ancora operativo. Ma c’è la percezione di un indebolimento e della creazione di un vuoto di potere. E quindi clan emergenti, sia italiani che albanesi e maghrebini, provano a controllare alcune piazze di spaccio. E Senese reagisce. Infatti le vittime degli attentati sono riconducibili al clan ma anche ad altri gruppi. C’è dunque una fluidità nelle alleanze per la ridefinizione degli assetti gerarchici delle varie piazze di spaccio ma il clan Senese continua a essere operativo. Il tutto a suon di bombe. Ma, avvertono gli investigatori, è sbagliato parlare di guerra di mafia. Perché le mafie tradizionali, ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra, tendono “a non pestarsi i piedi” in nome dei ricchi affari, come da tempo denuncia la Dia.
Roma è una piazza privilegiata di investimento economico e la pace mafiosa siglata, custodita e rinnovata negli ultimi quarant’anni, è la garanzia degli interessi economici e degli interessi criminali che non sono necessariamente solo mafiosi, perché l’architettura criminale mafiosa prevede che a Roma si mescola tutto: reti corruttive, borghesia mafiosa, con le mafie che svolgono anche una funzione di agenzia di servizi, con molti imprenditori che le chiamano per false fatturazioni, evasioni dell’Iva e delle accise, garantendo l’approvvigionamento di appalti, favorendo in alcuni casi anche la risoluzione dei conflitti sindacali. Parliamo quindi di un sistema che va oltre la dimensione dei conflitti delle piazze di spaccio.
A Roma, spiegano ancora gli investigatori, se ci fosse davvero una guerra di mafia avremmo in campo i kalashnikov dei Bellocco, dei Molè e degli Alvaro, tra le più potenti ‘ndrine ben presenti nella città. Quello che ci dicono le relazioni della Dia, le indagini, i processi, descrive una Roma come un sistema criminale che ha un meccanismo sofisticato e articolato che protegge alti interessi spesso convergenti. I conflitti nella pancia della città ci sono sempre stati, quale è la differenza di oggi rispetto a qualche anno fa? Qualche anno fa c’erano alcuni autorevoli boss che avevano la forza e il carisma per chiamare i clan in conflitto e metterli l’accordo. «Una regola per comporre le controversie, evitando di arrivare agli scontri armati e al sangue», la definiscono i magistrati della Dda. Oggi sembra che manchino a Roma elementi di questa caratura ma non è escluso che prima o poi escano perché se gli attentati continuano, è evidente che le mafie tradizionali non possono continuare ad assistere a una situazione che disturba i loro affari che vanno ben oltre le piazze di spaccio.
Il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo ha detto chiaramente: «Smettetela di parlare di infiltrazione delle mafie nell’economia legale, ormai siamo a un processo di immedesimazione». Le mafie oggi sono un attore protagonista e quindi pur nella preoccupazione per questi attentati, dobbiamo sapere che parliamo di un tassello di un mosaico mafioso molto più articolato e rodato. E quindi più pericoloso.
29 ottobre 2026
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