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Venerdì 30 Ottobre 2026 12:10

La beatitudine che va controcorrente e reindirizza



In un tempo di mobilitazione in Europa e non solo, le Beatitudini ricordano che il grado di civiltà di un popolo non si misura dall'efficienza o dalla forza ma da come ascolta e custodisce chi è "nell'afflizione" o ha "fame e sete di giustizia"

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Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,1-12a

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Le Beatitudini evangeliche offrono uno sguardo rivoluzionario sull’esistenza umana, capace di illuminare non solo la vita interiore del credente, ma anche la sua azione sociale e politica nella collettività. La pagina evangelica si apre con un atto fondamentale: lo sguardo di Gesù che sale sul monte e osserva le folle con un occhio che vede l’invisibile e che scompagina le categorie umane e religiose dell’epoca. Il suo insegnamento riabilita condizioni tradizionalmente considerate indegne, umilianti o segnate da vergognosa debolezza – la povertà, l’afflizione, la persecuzione, la mitezza – che oggi chiameremmo da “sfigati”, proclamandole, paradossalmente, luoghi di beatitudine e di vicinanza con Dio.

Come è possibile questo? Come è possibile essere beati senza una “benedizione divina” di ricchezza, di sicurezza materiale, di una fede che produce comfort zone? Sebbene l’evangelista Matteo collochi le Beatitudini all’inizio del ministero pubblico di Gesù come un vero e proprio discorso programmatico, queste parole non nascono dall’improvvisazione. Esse sono il “frutto maturo” del periodo privato della vita di Gesù, quello dall’adolescenza fino ai 30 anni circa, di cui i vangeli non ci danno notizia. In questo “tempo nascosto”, l’umanità di Gesù si è formata non solo attraverso la meditazione costante delle Scritture ma anche grazie all’osservazione partecipe della vita quotidiana dei contadini, dei pescatori e dei malati, fino alla profonda rielaborazione interiore nella preghiera al Padre.

Ecco allora che Gesù non proclama a caso “beati” coloro che piangono o che sono perseguitati, ma trova la motivazione nel suo lavorìo spirituale che genera un’autentica sapienza di vita, rendendo l’uomo libero di scorgere un senso persino nelle situazioni apparentemente assurde del dolore. Così le Beatitudini di Gesù, nell’immediato, hanno la forza di indicare un cammino percorribile verso la semplicità del cuore e la verità dell’esistenza, senza scoraggiarsi nelle difficoltà; nel lungo tempo, schiudono un orizzonte di speranza futura, attestando che la dignità umana e il significato della vita permangono anche nell’esperienza dell’ingiustizia e della persecuzione;  svelano che si può apprendere anche dalle contraddizioni della vita e più teologicamente rivelano chi è Gesù (l’uomo delle Beatitudini), chi è Dio e quale sia la via per un’umanità compiuta.

Dalla contemplazione all’azione il passo è breve: la bussola delle Beatitudini esce dai testi sacri per calarsi direttamente al centro delle piazze e delle tensioni sociali di oggi. Ricorrere alle beatitudini è, allora, quanto mai necessario nell’ultimo mese in cui abbiamo assistito in tutt’Europa, comprese grandi città italiane, a disordini dovuti a una generale insoddisfazione popolare per le condizioni di vita e per l’uso delle risorse economiche pubbliche.

Si tratta di coniugare la mitezza e la ricerca della pace con l’esercizio dei diritti statali di sciopero e protesta. E lo si fa superando un equivoco diffuso: quello che confonde la mitezza evangelica con la passività, la rassegnazione o la complicità verso l’ingiustizia. La mitezza (praeis) insegnata da Gesù non è debolezza rinunciataria, ma una straordinaria forza morale. Nella Dottrina sociale della Chiesa e nella storia dei grandi movimenti di emancipazione, la vera mitezza si traduce nella nonviolenza attiva. Scioperare e scendere in piazza per difendere i salari, il diritto allo studio, la sicurezza sul lavoro o per opporsi al riarmo e alle disuguaglianze non contraddice la mitezza quando la protesta rifiuta la logica dell’odio, del vandalismo e della sopraffazione. Testimoni come Martin Luther King (e altri non cristiani come Gandhi) e ancora più vicini a noi come don Primo Mazzolari, don Lorenzo Milani e il vescovo don Tonino Bello hanno mostrato che la resistenza nonviolenta è l’applicazione più pura della mitezza: un’azione che smaschera l’ingiustizia senza cedere alla tentazione della vendetta o della distruzione del nemico.

Allo stesso modo, la beatitudine degli operatori di pace non coincide con il mantenimento di una quiete superficiale o di un’armonia di facciata. Serve una pace profonda basata sulla giustizia: non può esserci vera pace sociale dove prevalgono lo sfruttamento, la precarizzazione o il disprezzo per la dignità della persona. Lo sciopero, dunque, se esercitato all’interno delle garanzie democratiche, costituisce un lecito strumento sociale attraverso cui i lavoratori e gli studenti possono denunciare strutture ingiuste e sollecitare una riconciliazione autentica, fondata sull’equità e sulla solidarietà.

Infine darsi da fare per la giustizia offre un senso profondo al sacrificio che ogni protesta autentica comporta. Scioperare significa assumere su di sé un costo personale valido – la rinuncia al salario, l’incomprensione, la critica pubblica – per un bene collettivo, quando la protesta non nasce da egoismi personali o da protagonismi indebiti ma dalla difesa dei più deboli. Si capisce dunque che è da condannare l’atteggiamento di quanti si approfittano della confusione fisiologica e dei disagi che inevitabilmente lo sciopero e la manifestazione democratica comportano, per creare il vero caos anarchico e immotivato.

In definitiva, le Beatitudini restano uno specchio esigente per la nostra società e per le nostre democrazie. Esse ci ricordano che il grado di civiltà di un popolo non si misura dall’efficienza dei suoi mercati o dalla forza delle sue istituzioni, ma da come ascolta e custodisce chi è “nell’afflizione” o ha “fame e sete di giustizia”. Scegliere la via della mitezza attiva e della protesta nonviolenta significa andare controcorrente, scombussolando i criteri del mondo, rifiutando le scorciatoie della violenza anarchica e testimoniando che il Regno dei cieli non è una promessa di fuga, ma un cantiere aperto in cui occorre ricordare sempre la giusta direzione di sviluppo.

30 ottobre 2026

 

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