Domenica 1 Novembre 2026 11:11
LUCCA60 – Da Tokyo a Roma, Go Nagai incontra Gabriele Mainetti
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LUCCA – C’era una volta una Roma anni Ottanta in cui non era Superman il sinonimo della potenza ma i robot giapponesi di Go Nagai guidavano l’immaginario capitolino: “Ma che sei Mazinga?”, “Ma chi te credi Jeeg Robot?”.
Nei quartieri della Capitale e di tutta Italia cresceva un intero immaginario fatto di bulloni, titanio e rocket punch.
È partito proprio da qui, da quel profondo legame viscerale e generazionale, il dialogo a cuore aperto che oggi ha visto protagonista il maestro Go Nagai, intervistato dal regista romano Gabriele Mainetti nella cornice dell’incontro all’auditorium San Romano di Lucca durante la sessantesima edizione del Lucca Comics. Un faccia a faccia che ha unito due mondi lontani legati dal fuoco creativo.
Per Gabriele Mainetti – cresciuto tra i vicoli e l’asfalto romano di quegli anni – l’ispirazione che ha portato a opere come Lo chiamavano Jeeg Robot affonda le radici in un terreno culturale ben preciso. Un immaginario in cui i robot giganti non erano semplici giocattoli, ma veri e propri miti moderni capaci di ridefinire il concetto di eroe per i giovani cresciuti negli anni ’70 e ’80.
Il dialogo tra i due autori si è da subito spostato su uno dei capolavori assoluti del mangaka giapponese: Devilman e sulla sua capacità di mostrare eroi sfaccettati e profondi, non classici paladini senza macchia ma piuttosto personaggi carichi di ombre ma in grado di combatterle col bene.
Nell’analisi di Nagai, i personaggi e gli antagonisti condividono spesso una radice comune: è una lotta di “demoni contro demoni”, dove il confine tra divinità e demone si fa sempre più sottile. Per avere la forza di salvare il mondo bisogna paradossalmente possedere il potere di distruggerlo.
Nagai ha voluto esplorare la complessità umana partendo da background differenti: non il classico eroe immacolato e buono per definizione, ma figure plasmate da contesti difficili, a volte brutali. Ciononostante, il messaggio di fondo rimane luminoso: l’importanza risiede nel cuore e nei sentimenti buoni, capaci di guidare l’individuo indipendentemente dall’ambiente in cui è cresciuto. E a chi gli ricorda le censure e le limitazioni editoriali dell’epoca degli esordi, il maestro risponde di aver sempre cercato di spingersi oltre, muovendosi con coraggio all’interno degli spazi di libertà concessi.
Guardando al presente, il confronto si è fatto stringente. Se negli anni ’70 lo scenario apocalittico di Devilman poteva sembrare una cupa distopia fumettistica, oggi la realtà sembra aver tristemente superato la finzione. Il mondo attuale appare pericolosamente vicino a quello descritto nel manga del maestro giapponese.
La speranza, nelle parole di chi ha dato vita ad Akira Fudo, è che i giovani possano accostarsi a queste pagine non solo cogliendone il dramma, ma trovando la forza di seminare i valori positivi al suo interno, la forza di combattere l’oscurità con la luce del proprio cuore.
Tra il calore del pubblico e l’affetto smisurato che l’Italia nutre per le sue creature – cavalcata da Go Nagai con la suggestiva speranza, espressa a margine, di vedere un giorno un adattamento cinematografico di Devilman firmato proprio da Mainetti – l’incontro si è chiuso con una riflessione potente e catartica affidata alle parole conclusive del regista romano: “Solo riconoscendo il diavolo dentro di noi possiamo guidarci verso il bene”
