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Martedì 3 Novembre 2026 16:11

“L’africano”: lo sguardo di Lé Clezio



Quattro anni prima del Nobel per la Letteratura, il libro più intimo e rappresentativo dell'autore:, teso a una memoria impossibile da raggiungere eppure decisiva e ineludibile

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Cosa può significare per un bambino di soli otto anni, che non ha mai conosciuto suo padre, francese di origine mauriziana ma di cultura inglese, andarlo a incontrare, insieme alla madre e il fratello, in Nigeria, dove lui esercitava la professione di medico condotto, responsabile di un ambulatorio in cui si occupava di tutto, dal parto all’autopsia? All’inizio marito e moglie erano stati da soli in Camerun, sperimentando una stagione di felicità, poi la seconda guerra mondiale aveva fatto sì che la coppia si dividesse, il marito a Ogoja, nella provincia di Cross River, la moglie coi figli piccoli in fuga da Parigi al sud della Francia. Soltanto nel 1948, al termine del conflitto, si poterono finalmente ricongiungere.

Da questa storia autobiografica Jean-Marie Gustave Le Clézio (1940) ricavò i materiali per L’africano, il suo libro forse più intimo e rappresentativo, tuttavia non semplicemente familiare, pubblicandolo nel 2004, quattro anni prima che gli venisse conferito il premio Nobel per la Letteratura. Riletto oggi quel breve romanzo, ristampato nelle edizioni La nave di Teseo nella versione di Maurizia Balmelli, dopo la sua prima traduzione italiana presso Istar Libri uscita già nel 2007, conserva tutta la propria forza espressiva, in quanto lo sguardo del bambino sul mondo nuovo che egli scopre appena sbarca dalla nave, trovando il padre ad attenderlo sul molo, possiede un valore universale, come se il futuro scrittore percepisse in quell’uomo austero e distante, dall’aria militaresca, vissuto in un ambiente desolato e selvaggio, un paradigma da decifrare.

I capitoli iniziali illustrano i mesi straordinari nei quali il continente africano si presente nella sua potenza primordiale: la scoperta dei corpi, i giochi in libertà nella savana circostante, le torri di termiti, gli scorpioni, le formiche, gli insetti, l’esercito infinito delle farfalle notturne. Il padre estraneo tutto da conquistare, a ben riflettere, incarna il passaggio obbligato e rischioso, pieno di incognite, dall’età infantile dei sogni e delle chimere al momento dei limiti e della responsabilità.

L’africano si trasforma quindi a poco a poco dall’educazione sentimentale che sembra al trattato antropologico, complici anche le fotografie scattate dal dottore durante la lunga esperienza coloniale, fino alla perlustrazione di una memoria impossibile da raggiungere, eppure decisiva e ineludibile, quella che anticipa le nostre stesse origini. Se è vero che, come pensano gli africani, gli esseri umani non nascono al momento del parto ma nel luogo e nell’istante in cui sono concepiti, allora ha ragione l’autore quando così conclude: «Adesso che scrivo riesco a capirlo: questa non è soltanto la mia memoria, ma anche quella del tempo che ha preceduto la mia nascita, quando i miei genitori camminavano insieme per le strade degli altipiani, nei regni del Camerun occidentale».

3 novembre 2026

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