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Venerdì 6 Novembre 2026 15:11

Altri argomenti contro la Proposta di deroga alle distanze dagli alberi per ombrelloni e tavolini

Con la Decisione di Giunta n. 88 del 29 settembre 2026, Roma Capitale vuole ridurre la fascia di protezione di due metri attorno agli alberi per far spazio agli arredi dei locali. Una scelta che ignora la biologia delle piante, affida verifiche e cure agli stessi esercenti e apre un pericoloso cortocircuito legale sulle responsabilità civili in caso di crolli.A Roma lo spazio vitale degli alberi rischia di restringersi per far posto a sedie, tavolini e ombrelloni. Con la proposta di deliberazione approvata dalla Giunta il 29 settembre 2026 (Dec. G.C. n. 88), il Campidoglio punta infatti a modificare l'Allegato 15 del Regolamento del Verde pubblico e privato, introducendo una deroga alla fascia di rispetto di due metri attorno ai tronchi. L'obiettivo è consentire ai locali di somministrazione di posizionare le cosiddette "strutture elementari" — arredi, fioriere e persino tappeti e zerbini — a ridosso del colletto delle piante e direttamente sotto le chiome. Pensata per rendere strutturali gli ampliamenti dei dehors concessi in via emergenziale durante la pandemia, la misura solleva però pesanti interrogativi sul piano agronomico, gestionale e della sicurezza dei cittadini.Il primo punto critico sta proprio nelle premesse del provvedimento. La Relazione Tecnica che accompagna la delibera definisce infatti "irrilevante" l'impatto di tavolini e tappeti sull'ambiente urbano. Una tesi smentita dalle basi stesse dell'agronomia: i primi due metri attorno al tronco coincidono con la zona più delicata dell'apparato radicale superficiale, quella da cui dipende non solo l'assorbimento di acqua e ossigeno, ma anche l'ancoraggio meccanico della pianta. Il peso costante degli arredi e il calpestio continuo di camerieri e clienti provocano un inevitabile compattamento del suolo: la terra perde porosità, diventa impermeabile e soffoca le radici, portandole alla necrosi. A peggiorare il quadro contribuisce l'autorizzazione a stendere tappeti e zerbini alla base dei tronchi. Queste coperture trattengono l'umidità e bloccano il passaggio della luce, creando l'ambiente ideale per lo sviluppo di funghi patogeni e marciumi radicali. Tutto questo andrebbe a gravare su un patrimonio verde già in forte sofferenza. È la stessa Amministrazione ad ammettere che gli alberi romani sono sottoposti a "stress estremi" tra isole di calore, smog e cantieri stradali. Giustificare l'arrivo dei tavolini sostenendo ad esempio che in molte vie della Capitale l'asfalto arriva già a toccare i tronchi per la storica mancanza di aiuole rappresenta un evidente cortocircuito logico. Di fronte a un degrado pregresso, la priorità di un'amministrazione dovrebbe essere quella di rimuovere il cemento e restituire respiro alle radici, non certo quella di aggiungere un ulteriore carico commerciale che accelera il declino delle piante e ne compromette la tenuta statica. Ancora più discutibile è il meccanismo scelto dal Comune per gestire le deroghe. Per occupare la fascia di rispetto, all'esercente basterà presentare una perizia di "non nocumento" firmata da un tecnico abilitato di sua fiducia, impegnandosi in cambio a curare la manutenzione ordinaria e straordinaria dell'albero. Una formula che introduce un palese conflitto d'interessi: la certificazione sulla sicurezza ecologica viene infatti affidata a un professionista scelto e pagato dallo stesso titolare del locale che ha un interesse economico diretto a ottenere lo spazio. In questo modo si svuotano i controlli preventivi del Dipartimento Tutela Ambientale, riducendo una garanzia di tutela pubblica a una pratica burocratica di parte. Non meno rischiosa è l'idea di delegare la cura degli alberi ai gestori dei bar e dei ristoranti. Il verde urbano è un'infrastruttura complessa che richiede competenze specialistiche, terzietà e una visione d'insieme su interi filari e quartieri. Spezzettare la manutenzione a macchia di leopardo, legandola ai metri quadri affittati dai singoli dehors, significa consegnare un bene comune alle logiche e alle disponibilità economiche dei privati, senza alcuna garanzia di uniformità negli interventi. Questa cessione di controlli e manutenzioni apre poi un capitolo delicatissimo sul fronte del diritto civile e dell'incolumità pubblica. Un albero con le radici asfissiate dal calpestio e intaccate dai funghi è una pianta strutturalmente più fragile, esposta al rischio di cedimenti o schianti improvvisi proprio sopra i tavolini affollati di clienti. Per la legge italiana (articolo 2051 del Codice Civile), Roma Capitale è proprietaria e custode del verde pubblico e risponde oggettivamente dei danni causati a terzi dalla caduta di alberi o rami, a meno che non riesca a dimostrare il caso fortuito. Cosa succederebbe, dunque, in caso di crollo di un albero "affidato" a un locale? La delega ai privati non basterebbe a sollevare automaticamente il Campidoglio dalle proprie responsabilità di custodia e vigilanza, soprattutto dopo aver autorizzato a monte un utilizzo rischioso del suolo. Si aprirebbe piuttosto un infinito contenzioso legale, con un rimpallo di colpe tra l'Amministrazione comunale, il gestore del locale divenuto co-custode e il tecnico che aveva firmato la perizia. A farne le spese sarebbero i cittadini danneggiati, costretti ad attendere anni per i risarcimenti, e le stesse casse pubbliche, comunque esposte al rischio di pesanti condanne erariali. Appare infine fuori luogo il richiamo della delibera all'articolo 41 della Costituzione, citato per invocare un bilanciamento tra libertà d'impresa e tutela dell'ambiente. Dopo la riforma costituzionale del 2022, gli articoli 9 e 41 chiariscono senza ambiguità che l'iniziativa economica privata non può mai svolgersi in danno alla salute e all'ambiente, tutelando gli ecosistemi anche nell'interesse delle future generazioni. Del resto, i due piatti della bilancia non hanno lo stesso peso: rinunciare a qualche metro quadro di dehors comporta per un locale un mancato incasso marginale e temporaneo; perdere un albero maturo significa invece infliggere a un intero quartiere una ferita irreversibile, privandolo per decenni di ombra, ossigeno e protezione dal calore. Difendere quei due metri di distanza dai tronchi non è un ostacolo al commercio, ma la misura minima indispensabile per proteggere il verde di Roma e la sicurezza di chi vive la città.

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di
Paola Loche

Con la Decisione di Giunta n. 88 del 29 settembre 2026, Roma Capitale vuole ridurre la fascia di protezione di due metri attorno agli alberi per far spazio agli arredi di chioschi e locali di somministrazione. Una scelta che ignora la biologia delle piante, affida verifiche e cure agli stessi esercenti e apre un pericoloso cortocircuito legale sulle responsabilità civili in caso di crolli.

A Roma lo spazio vitale degli alberi rischia di restringersi per far posto a sedie, tavolini e ombrelloni. Con la proposta di deliberazione approvata dalla Giunta il 29 settembre 2026 (Dec. G.C. n. 88) [1], il Campidoglio punta infatti a modificare l’Allegato 15 del Regolamento del Verde pubblico e privato, introducendo una deroga alla fascia di rispetto di due metri attorno ai tronchi. L’obiettivo è consentire ai locali di somministrazione di posizionare le cosiddette “strutture elementari” — arredi, fioriere e persino tappeti e zerbini — a ridosso del colletto delle piante e direttamente sotto le chiome. Pensata per rendere strutturali gli ampliamenti dei concessi in via emergenziale durante la pandemia, la misura solleva però pesanti interrogativi sul piano agronomico, gestionale e della sicurezza dei cittadini.

Il primo punto critico sta proprio nelle premesse del provvedimento. La Relazione Tecnica che accompagna la delibera definisce infatti “irrilevante” l’impatto di tavolini e tappeti sull’ambiente urbano. Una tesi smentita dalle basi stesse dell’agronomia: i primi due metri attorno al tronco coincidono con la zona più delicata dell’apparato radicale superficiale, quella da cui dipende non solo l’assorbimento di acqua e ossigeno, ma anche l’ancoraggio meccanico della pianta. Il peso costante degli arredi e il calpestio continuo di camerieri e clienti provocano un inevitabile compattamento del suolo: la terra perde porosità, diventa impermeabile e soffoca le radici, portandole alla necrosi. A peggiorare il quadro contribuisce l’autorizzazione a stendere tappeti e zerbini alla base dei tronchi. Queste coperture trattengono l’umidità e bloccano il passaggio della luce, creando l’ambiente ideale per lo sviluppo di funghi patogeni e marciumi radicali.

Tutto questo andrebbe a gravare su un patrimonio verde già in forte sofferenza. È la stessa Amministrazione ad ammettere che gli alberi romani sono sottoposti a “stress estremi” tra isole di calore, smog e cantieri stradali. Giustificare l’arrivo dei tavolini sostenendo ad esempio che in molte vie della Capitale l’asfalto arriva già a toccare i tronchi per la storica mancanza di aiuole rappresenta un evidente cortocircuito logico. Di fronte a un degrado pregresso, la priorità di un’amministrazione dovrebbe essere quella di rimuovere il cemento e restituire respiro alle radici, non certo quella di aggiungere un ulteriore carico commerciale che accelera il declino delle piante e ne compromette la tenuta statica.

Ancora più discutibile è il meccanismo scelto dal Comune per gestire le deroghe. Per occupare la fascia di rispetto, all’esercente basterà presentare una perizia di “non nocumento” firmata da un tecnico abilitato di sua fiducia, impegnandosi in cambio a curare la manutenzione ordinaria e straordinaria dell’albero. Una formula che introduce un palese conflitto d’interessi: la certificazione sulla sicurezza ecologica viene infatti affidata a un professionista scelto e pagato dallo stesso titolare del locale che ha un interesse economico diretto a ottenere lo spazio. E anche se si specifica che tale “asseverazione da parte di un tecnico abilitato” sarà “previa verifica tecnico-agronomica da parte della Direzione Gestione Territoriale Ambientale e del Verde del Dipartimento Tutela Ambientale”, conoscendo le difficoltà in cui versa il Dipartimento anche per i più ordinari controlli, le garanzie di tutela si ridurrebbero di fatto a una pratica burocratica di parte.

Non meno rischiosa è l’idea di delegare la cura degli alberi ai gestori dei bar e dei ristoranti, che sarebbe assicurata dalla relazione del tecnico come “garanzia dei servizi di cura ordinaria e straordinaria della stessa“. Il verde urbano è un’infrastruttura complessa che richiede competenze specialistiche, terzietà e una visione d’insieme su interi filari e quartieri. Spezzettare la manutenzione a macchia di leopardo, legandola ai metri quadri affittati dai singoli dehors, significa consegnare un bene comune alle logiche e alle disponibilità economiche dei privati, senza alcuna garanzia di uniformità negli interventi.

Questa cessione di controlli e manutenzioni apre poi un capitolo delicatissimo sul fronte del diritto civile e dell’incolumità pubblica. Un albero con le radici asfissiate dal calpestio e intaccate dai funghi è una pianta strutturalmente più fragile, esposta al rischio di cedimenti o schianti improvvisi proprio sopra i tavolini affollati di clienti. Per la legge italiana (articolo 2051 del Codice Civile), Roma Capitale è proprietaria e custode del verde pubblico e risponde oggettivamente dei danni causati a terzi dalla caduta di alberi o rami, a meno che non riesca a dimostrare il caso fortuito.

Cosa succederebbe, dunque, in caso di crollo di un albero “affidato” a un locale? La delega ai privati non basterebbe a sollevare automaticamente il Campidoglio dalle proprie responsabilità di custodia e vigilanza, soprattutto dopo aver autorizzato a monte un utilizzo rischioso del suolo. Si aprirebbe piuttosto un infinito contenzioso legale, con un rimpallo di colpe tra l’Amministrazione comunale, il gestore del locale divenuto co-custode e il tecnico che aveva firmato la perizia. A farne le spese sarebbero i cittadini danneggiati, costretti ad attendere anni per i risarcimenti, e le stesse casse pubbliche, comunque esposte al rischio di pesanti condanne erariali.

Appare infine fuori luogo il richiamo della delibera all’articolo 41 della Costituzione, citato per invocare un bilanciamento tra libertà d’impresa e tutela dell’ambiente. Dopo la riforma costituzionale del 2022, gli articoli 9 e 41 chiariscono senza ambiguità che l’iniziativa economica privata non può mai svolgersi in danno alla salute e all’ambiente, tutelando gli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni. Del resto, i due piatti della bilancia non hanno lo stesso peso: rinunciare a qualche metro quadro di dehors comporta per un locale un mancato incasso marginale e temporaneo; perdere un albero maturo significa invece infliggere a un intero quartiere una ferita irreversibile, privandolo per decenni di ombra, ossigeno e protezione dal calore. Difendere quei due metri di distanza dai tronchi non è un ostacolo al commercio, ma la misura minima indispensabile per proteggere il verde di Roma e la sicurezza di chi vive la città.

Paola Loche

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NOTE

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50°Proposta (Dec. G. C. n. 88 del 29 settembre 2026) Modifica dell’Allegato n. 15 al Regolamento del Verde pubblico e privato e del paesaggio urbano di Roma Capitale di cui alla Deliberazione dell’Assemblea Capitolina n. 17 del12/03/2021 h



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