Sabato 7 Novembre 2026 13:11
Luigi Zeno, oltre il personaggio: «Vorrei che il pubblico ricordasse una mia scena, prima del mio nome»
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Dalla visibilità alle scelte, dal rapporto con i coetanei alla ricerca della propria identità: una conversazione con il giovane attore sul mestiere che sta imparando e sulla persona che vuole diventare. Intervista a cura di Daniela Del Prete .
Luigi, cominciamo da una domanda insolita: che cosa vorresti che un’intervista riuscisse a raccontare di te?
Che prendo sul serio quello che faccio, anche quando scherzo. Quando sei giovane, l’entusiasmo si vede subito; il lavoro che c’è dietro molto meno. Mi piacerebbe far capire quanto desidero imparare, senza però sembrare una persona che ha già tutte le risposte.
Il pubblico ti conosce anche attraverso Leonardo in “Minerva – La Scuola”. Ti fa piacere essere associato a un personaggio oppure senti il bisogno di mostrare subito altro?
Mi fa piacere. Se qualcuno ti chiama con il nome del personaggio, significa che qualcosa gli è rimasto. Poi arriva la curiosità di scoprire che cosa potresti fare di diverso. Vorrei che ogni nuovo ruolo aggiungesse un elemento, anche sorprendente, all’idea che il pubblico si è fatto di me.
Quando leggi una scena, qual è la prima cosa che cerchi?
Cerco di capire che cosa vuole il personaggio dall’altra persona. Può chiedere una cosa e desiderarne un’altra, oppure fare il duro perché non sa come dire che ha paura. È lì che una scena comincia a interessarmi: quando le battute da sole non spiegano tutto.
Qual è una difficoltà della recitazione che, da spettatore, non immaginavi?
Ascoltare davvero. Conoscere le proprie battute ti dà sicurezza, ma può anche portarti ad aspettare soltanto il tuo turno. Accorgerti di quello che fa l’altro, lasciarti cambiare da una pausa o da uno sguardo, richiede molta attenzione. È una cosa su cui voglio lavorare sempre.
Tra Netflix e le esperienze nelle produzioni Rai, che cosa stai cercando di portare con te da un set all’altro?
Le osservazioni, soprattutto. Un’indicazione che mi è stata utile, il modo in cui un collega affronta una scena, l’attenzione di chi lavora dietro la macchina da presa. All’inizio pensi molto alla tua prova; poi impari a vedere quanto il risultato dipenda da tutti.
C’è un ruolo che oggi ti metterebbe particolarmente alla prova?
Un ragazzo apparentemente tranquillo, di quelli che parlano poco e sembrano non avere nulla da raccontare. Mi incuriosirebbe far intuire quello che gli succede senza poterlo spiegare con un dialogo. Sarebbe una sfida anche resistere alla tentazione di fare troppo.
Nelle fotografie, sui social e agli eventi bisogna essere sempre pronti a mostrarsi. Quanto conta, invece, potersi tenere qualcosa per sé?
Per me conta avere momenti che non devono diventare contenuti. I social sono belli quando mi permettono di condividere qualcosa con spontaneità. Ma una giornata può essere importante anche se non la pubblico. Vorrei conservare questa libertà.
Che rapporto hai con i commenti su di te?
Un complimento fa piacere, soprattutto quando riguarda una scena precisa: capisci che qualcuno ha prestato attenzione. Le critiche provo a leggerle chiedendomi se contengono qualcosa che posso usare. Non è sempre facile, ma vorrei evitare che un commento decida come devo sentirmi per tutta la giornata.
Hai ricevuto riconoscimenti come miglior giovane attore italiano. Che effetto fa una definizione così impegnativa?
Mi fa piacere e mi responsabilizza. Quando ricevi un premio ti senti incoraggiato, ma il giorno dopo hai ancora le tue difficoltà da affrontare. Vorrei riuscire a trasformare quella soddisfazione in energia per studiare, senza sentire di dover dimostrare qualcosa in ogni momento.
Nei progetti che affrontano temi sociali, come il bullismo, quale responsabilità senti?
Quella di rendere credibile una persona e le conseguenze delle sue azioni. Se una storia vuole far riflettere, deve prima riuscire a coinvolgere. Mi interessa che chi guarda riconosca un comportamento, magari anche piccolo, e continui a pensarci dopo.
Che cosa vorresti che rimanesse della tua vita di oggi, anche se il lavoro dovesse cambiare molto?
La possibilità di stare con le persone a cui voglio bene senza dover essere sempre “Luigi l’attore”. Ridere, parlare di altro, ascoltare i problemi di qualcuno. Sono momenti che ti aiutano a dare il giusto peso anche a quello che succede sul lavoro.
E se tra dieci anni potessi rileggere questa intervista, quale risposta spereresti di aver rispettato?
Quella sulla voglia di imparare. Spero di aver fatto esperienze diverse e di sapermi mettere ancora in discussione. E mi piacerebbe che qualcuno ricordasse una mia scena, magari una scena a cui io non avevo dato così tanta importanza, e mi dicesse perché gli è rimasta.
