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Mercoledì 4 Novembre 2020 10:11

I sindaci della Roma Olimpica

STORIE DI CAMPIDOGLIO/6. Scopriamo insieme la storia, gli aneddoti, le meraviglie e le malefatte dei sindaci della Capitale che si sono succeduti negli ultimi 150 anni, cioè da quando la figura politica del sindaco è stata istituita, con l’annessione di Roma allo stato italiano.

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STORIE DI CAMPIDOGLIO – 6

Scopriamo insieme la storia, gli aneddoti, le meraviglie e le malefatte dei sindaci della Capitale che si sono succeduti negli ultimi 150 anni, cioè da quando la figura politica del sindaco è stata istituita, con l’annessione di Roma allo stato italiano.

1956-1968: LA ROMA “OLIMPICA”

Roma, nella seconda metà degli anni Cinquanta, è una città a due facce. Da una parte c’è il grande entusiasmo portato dall’assegnazione alla città delle future Olimpiadi del 1960. Dall’altra c’è lo sconquasso politico provocato dallo scandalo sollevato da un’inchiesta giornalistica del settimanale L’Espresso, che ha messo in luce i legami fra politica e speculazione edilizia e posto fine al lungo “regno” di Stefano Rebecchini, fino ad allora sempre rieletto sindaco e rimasto in carica dal dopoguerra fino al 1956. In questo clima si svolgono le elezioni comunali del ‘56, che verranno vinte dalla DC.

Dalle elezioni esce una maggioranza centrista, composta da democristiani, liberali e socialdemocratici, che sceglierà come sua guida il democristiano Umberto Tupini. Il nuovo sindaco, data la situazione, opta per l’avvio di una politica, per così dire, di basso profilo, necessaria per placare gli animi e non aizzare le forze di opposizione. In questa ottica, Tupini decide dunque di accantonare un progetto-simbolo, ereditato dall’amministrazione precedente, che prevedeva la realizzazione di un grande albergo della catena Hilton, proprio sui terreni della Società Generale Immobiliare (società protagonista dello scandalo che aveva messo fine all’era di Rebecchini) sulla collina di Monte Mario.


Umberto Tupini
Sotto l’amministrazione Tupini proseguono invece i lavori per la stesura nel nuovo piano regolatore di Roma, per aggiornare quello allora vigente datato 1931, che non rispondeva più alle grandi trasformazioni che la città aveva subito negli ultimi anni. Era un processo avviato già nel 1953, la cui gestione passerà sotto diverse amministrazioni comunali e che troverà la sua conclusione solo nel 1962. Anche perché, intanto, fervono i lavori per l’adeguamento della città all’imminente grande evento sportivo assegnato alla capitale, a partire da quelli di adeguamento dell’allora Stadio dei Centomila, che lo porterà in quegli anni a diventare lo Stadio Olimpico di Roma, o a quelli dello Stadio Nazionale, che con l’intervento dell’ingegner Nervi si sta trasformando in Stadio Flaminio.

Con l’avvicinarsi delle elezioni politiche nazionali del 1958, Tupini decide però di candidarsi al Senato della Repubblica e dunque, in base alle leggi allora vigenti, Il 27 dicembre 1957, dopo poco più di un anno di mandato, è costretto a rassegnare le proprie dimissioni dalla carica di sindaco. Gli succederà il suo ex vicesindaco, Urbano Cioccetti.

La giunta Cioccetti nasce con la stessa maggioranza centrista ereditata dal suo predecessore (DC, PLI, PSDI), ma stavolta anche grazie ai voti determinanti dei monarchici e del Movimento Sociale Italiano, che forniscono un appoggio esterno. L’appoggio dei partiti di destra è all’origine di un atto simbolico che scatenerà forti polemiche contro il neo-sindaco: la rinuncia a commemorare il quindicesimo anniversario della Liberazione di Roma dai nazi-fascisti. Tale decisione, finisce però per isolare politicamente Cioccetti anche all’interno del suo partito e gli vale una prima mozione di sfiducia avanzata dalle opposizione, che viene però respinta dal consiglio comunale.


Urbano Cioccetti
Ad agitare ulteriormente le acque, il 27 giugno 1958, la Giunta Cioccetti ripresenta in consiglio comunale la variante urbanistica per la realizzazione del gigantesco albergo Hilton, a Monte Mario. Il 23 settembre 1958, l’assemblea capitolina approva a maggioranza questa variante al piano regolatore e partono così i lavori del mega albergo, che si concluderanno nel 1963. È il segno che gli effetti moralizzatori ottenuti dall’inchiesta giornalistica dell’Espresso di qualche anno prima si sono ormai definitivamente esauriti, a Roma così come nel resto d’Italia.

La Roma di Cioccetti è infatti una città indolente e in pieno boom, è la Roma olimpica delle vittorie di Livio Berruti, è la Roma dandy della Dolce Vita, è quella che ormai “viaggia a cento all’ora”, inconsapevole del pericolo di schiantarsi, ben rappresentata simbolicamente dal personaggio interpretato, pochi anni dopo, da Vittorio Gassman nel film “Il sorpasso”.

È in questo nuovo clima che la Giunta prosegue i lavori per il piano regolatore, bypassando le associazioni professionali e approntando modifiche che riguardano soprattutto il ridimensionamento delle aree direzionali e della prevista espansione ad est della città (il cosiddetto SDO, Sistema Direzionale Orientale, ideato negli anni Cinquanta, accantonato negli anni Sessanta, poi più volte ripreso in epoche successive, senza però mai avere alcun esito), a vantaggio dell’EUR e dello sviluppo della città in direzione mare. Le modifiche apportate lasciano inoltre indeterminato il quadro delle espansioni nell’agro romano, rinunciando a richiedere l’apposizione di vincoli paesaggistici.

È il momento nel quale si mettono in cantiere alcuni notevoli interventi infrastrutturali, dagli effetti dirompenti sul futuro sviluppo urbanistico della città, in vista dell’allestimento dei Giochi della XVII Olimpiade, grazie anche alla cosiddetta legge Pella, che prevedeva provvedimenti e interventi economici straordinari per Roma. Nascono così la via Olimpica, con il taglio di Villa Doria Pamphilj, il Villaggio olimpico e il viadotto di corso Francia.

A seguito delle elezioni comunali del novembre 1960, Cioccetti viene rieletto sindaco, ma stavolta con una maggioranza molto risicata, che viene presto ribaltata in occasione del voto di bilancio. Il secondo mandato di Cioccetti dura perciò solo pochi mesi. Il 29 aprile 1961, Urbano Cioccetti rassegna le proprie dimissioni, decidendo anche di abbandonare definitivamente ogni attività politica.

Glauco Della Porta

Con le dimissioni di Cioccetti, la Democrazia Cristiana decide di avviare anche a Roma quel progetto politico di centrosinistra che sta realizzando a livello di governo nazionale. Viene perciò chiamato ad assumere l’incarico di sindaco della città un democristiano di sinistra, Glauco Della Porta, alla guida di una giunta formata non solo dalla DC e dal PSDI, ma anche dal PRI e soprattutto dal Partito Socialista Italiano, che entra per la prima volta in maggioranza.

Il compito principale della Giunta Della Porta è quello di definire l’annosa questione del nuovo Piano Regolatore Generale della città di Roma. Infatti, quello approvato nel 1959 dall’amministrazione Cioccetti era stato respinto dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, che aveva avanzato la richiesta formale di apportarvi sostanziali modifiche. La patata bollente viene affidata dal sindaco Della Porta all’assessore all’Urbanistica Petrucci.


Glauco Della Porta
Il nuovo piano redatto da Petrucci e dai suoi collaboratori presenta diverse novità, fra cui un incremento dell’edificabilità, soprattutto nella zona tra l’EUR e il mare, oltre all’inserimento di alcune aree industriali lungo la via Pontina. Il 18 dicembre 1962, il consiglio comunale di Roma approva finalmente il nuovo PRG (Piano Regolatore Generale), con il voto favorevole anche di un consigliere monarchico.

È questo il momento in cui a Roma viene inaugurato il Ponte delle Valli, per congiungere Viale Libia a Montesacro, e in cui vengono costruiti numerosi sottopassaggi nelle principali vie di comunicazione della capitale, come quelli di Corso d’Italia e del Lungotevere. Ma il vero elemento dirompente, che avrà ripercussioni per decenni nello sviluppo capitolino, è l’approvazione del cosiddetto PEEP, Piano delle zone per l’Edilizia Economica e Popolare, che il consiglio comunale adotta nel febbraio 1964 e che destina ad aree edificabili un gran numero di zone della periferia romana.

Una volta approvato il PEEP, rispettando un accordo politico all’interno della Democrazia Cristiana, che prevedeva la staffetta con l’assessore (e capo del partito romano) Amerigo Petrucci, Glauco Della Porta, annuncia a quel punto le sue dimissioni.

Deus ex machina della DC romana, sindaco ombra già durante il mandato del suo predecessore, la carriera da primo cittadino di Petrucci sembra iniziare sotto i migliori auspici. La Roma che eredita è una città prospera economicamente, ottimista e in più dotata di quegli strumenti amministrativi (il nuovo piano regolatore, il PEEP) che gli permettono di avviare uno sviluppo forte ma ordinato, a cominciare dalla zona di Spinaceto, dove vengono avviate le prime opere di edilizia popolare.

L’amministrazione Petrucci pare subito caratterizzata da un grande rilancio dell’immagine della capitale, anche attraverso un’inedita attenzione al piano della comunicazione istituzionale, con la valorizzazione dell’ufficio stampa e di quello del cerimoniale. È un momento in cui si moltiplicano le visite a Roma di personalità straniere, le manifestazioni, mentre il sindaco compie numerose visite di studio nelle capitali estere. Viene anche avviato un decentramento amministrativo, con la creazione delle circoscrizioni e sono inaugurate diverse opere pubbliche progettate dalle amministrazioni precedenti. Si aprono finalmente i cantieri della linea A della metropolitana e si avviano le procedure per realizzare una serie di nuove opere per i parcheggi e la viabilità.


Amerigo Petrucci con Giulio Andreotti
Quello che Petrucci, però, non si aspetta, è che proprio dal governo italiano (in teoria politicamente amico) e in particolare dal ministero dei Lavori Pubblici (all’epoca guidato da un socialista) giungano alcune importanti limitazioni ai suoi progetti di sviluppo della città, a partire dai vincoli che vengono posti a livello nazionale sul parco dell’Appia Antica e su altre aree archeologiche e storiche della capitale. Inoltre, il fenomeno dell’edilizia spontanea e abusiva, fino ad allora marginale, assume proporzioni gigantesche proprio in quegli anni, costringendo a continue revisioni dei programmi originari. Queste circostanze costringono il sindaco a commissionare la redazione di una variante generale al piano regolatore, che sarà adottata dal consiglio comunale nell’ottobre 1967.

Alle elezioni amministrative del giugno 1966, il centrosinistra ottiene la maggioranza assoluta nel consiglio comunale di Roma e Petrucci viene rieletto sindaco. Ma il suo obiettivo è ora quello di candidarsi alla Camera dei deputati, per le future elezioni politiche del 1968 e dunque, come era accaduto al suo predecessore Umberto Tupini, per perseguire i suoi scopi si dimette da sindaco.

Il 29 dicembre 1967 il consiglio comunale di Roma elegge quale primo cittadino Rinaldo Santini, ex assessore all’Urbanistica nella precedente giunta e uomo di fiducia proprio dell’ex sindaco Petrucci, vero manovratore occulto dell’operazione che porta Santini in Campidoglio. Per riconoscenza, il nuovo sindaco appena eletto, nomina Petrucci assessore al Bilancio, carica non incompatibile con quella di deputato. Peccato che poche settimane dopo, il 20 gennaio 1968, Petrucci venga indagato a causa di una vicenda legata alla gestione dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia (OMNI), della quale in precedenza era stato commissario.


Rinaldo Santini
Lo scandalo travolge tutta la nuova giunta, che avrà solo il tempo di adottare alcune piccole misure per la città (fra cui l’istituzione delle prime isole pedonali e delle prime corsie preferenziali per i mezzi pubblici), prima di entrare in uno stato di fibrillazione e di crisi permanente. Una crisi che porterà prima alle dimissioni di tre assessori democristiani e poi a quelle dello stesso sindaco, nel 1969.

Santini tornerà però alla ribalta delle cronache un decennio dopo, nel febbraio del 1978, quando anche lui verrà rinviato a giudizio, per interesse privato in atti d’ufficio, occorso durante il suo mandato da primo cittadino, relativamente al rilascio di alcune licenze di costruzione alla Magliana, concesse nonostante le aree fossero a sette metri sotto il livello del Tevere e quindi sottoposte a vincolo. Di scandalo in scandalo, il lungo periodo del potere democristiano su Roma comincia a volgere al termine. Resterà solo il tempo per un ultimo sindaco DC: Clelio Darida, di cui parleremo ampiamente nel prossimo capitolo

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