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Mercoledì 21 Aprile 2021 03:04

Roma in 100 film

ROMA IN CENTO FILM: BELLISSIMA / la Città Eterna raccontata attraverso le pellicole, note e meno note, che hanno portato sul grande schermo i Sette Colli. Ogni volta una storia diversa, con le sue curiosità, le sue immagini, le sue location

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Il cinema raccontato dal cinema. Questo film del 1951, diretto da Luchino Visconti, è uno squarcio sulle (poche) luci e le (tante) ombre di quella Cinecittà che ha reso grande Roma in quegli anni. Con un’intensa Anna Magnani nel ruolo di Maddalena Cecconi e un Walter Chiari, alias Alberto Annovazzi, all’epoca sex symbol del cinema non solo nazionale (chiedere ad Ava Gardner e a Lucia Bosè, due fra le sue tante affascinanti partner, per conferma), in quello di una sorta di diavolo tentatore, descrive la realtà dell’Italia del secondo dopoguerra, fatta di sogni e di illusioni, che proprio il mondo del cinema incarna ed esalta, nascondendo prima e palesando poi, l’altra faccia della medaglia, fatta di cinismo e di meschinità.


Tutto nasce da una trasmissione radiofonica, in cui si annuncia che il regista Alessandro Blasetti (che appare nella pellicola nel ruolo di se stesso) sta cercando una bambina per un film. Maddalena Cecconi, donna dall’esistenza misera, vissuta fra i palazzi del Pigneto, corre a portare la propria bambina a quei provini, sognando così di poter permettere alla figlia una carriera artistica e una conseguente scalata sociale, che a lei era mancata. Ad alimentare queste illusioni contribuirà anche un aitante assistente di Blasetti, Alberto Annovazzi, che millanterà di poter garantire quella parte alla bambina, in cambio di 50.000 lire. Non contento, Annovazzi inizierà anche una tresca con la donna, nonostante lei sia sposata. Il gossip dell’epoca parlò di una tresca continuata anche fuori dal set, che ha coinvolto non solo i personaggi cinematografici, ma anche i due interpreti: Chiari e la Magnani.

Non è solo la Roma di Cinecittà quella che appare nell’opera di Visconti. Roma è presente con le sue atmosfere quasi in ogni scena. Come detto, la casa della protagonista è nella zona popolare del Pigneto, all’epoca ancora non toccata dall’attuale “movida”, per la precisione in via Alberto da Giussano 4, come viene detto esplicitamente nella pellicola. Effettivamente, guardando le inquadrature dei palazzi e delle finestre della casa, si realizza che è proprio questo il reale indirizzo in cui vennero girate le scene ambientate a casa Cecconi. Non distante, in quella che un tempo era l’arena dell’ex cinema Preneste, sono avvenute invece le riprese della scena della proiezione all’aperto di un film. La lunga parte ambientata al ristorante, quella in cui i protagonisti pranzano insieme, è girata al “Biondo Tevere”, un locale storico, aperto fin dai primi del novecento sulla via Ostiense, non distante dalla Basilica di San Paolo e tutt’ora esistente. Ed è davvero dalla parte posteriore del ristorante che i due scendono sull’ansa del Tevere, come si può capire dalla visione del Gazometro che fa da sfondo alle immagini.

 

Gli anni settanta sono un momento d’oro per il “poliziottesco”, un genere cinematografico che ha avuto, fra i suoi interpreti, due re incontrastati. Il primo è stato Maurizio Merli, il biondo dagli inconfondibili baffi, reso famoso dal suo eterno personaggio del poliziotto dai modi spicci, vendicatore solitario dei torti della società, uomo senza macchia e senza paura, a difesa del bene. Il secondo è stato Tomas Milian, a volte apparso anche lui nel ruolo di buono, del collaboratore di giustizia, volgare però dal cuore d’oro, ma altre volte capace di impersonare il cattivo della storia. Entrambi, in ogni circostanza, erano adorati dai loro numerosi fan. Così, nel 1977, il regista Umberto Lenzi decide di mettere insieme i due attori e di girare il film “Roma a mano armata”, pellicola che risulterà uno dei maggiori successi al botteghino di quell’anno.


La vicenda, in parte frammentata in varie sotto storie, narra di una serie di crimini, di rapine, di omicidi, di sequestri, che hanno luogo nella Capitale, presentata come una città in mano a bande di criminali, capaci di compiere sia piccoli furti, sia efferati delitti. Dietro a molti di questi c’è lo zampino degli uomini del Gobbo (Tomas Milian), un macellaio che lavora al mattatoio di Testaccio. Per cercare di smascherarlo, farlo confessare, sgominare la sua banda, mettendo così fine alla lunga scia di crimini che attraversa Roma, il commissario Tanzi, interpretato da Maurizio Merli, cercherà di fare di tutto, andando spesso oltre il limite consentito dalla legge. La cosa curiosa è che pare che Tomas Milian e Maurizio Merli si odiassero davvero, anche fuori dal set. La leggenda vuole, infatti, che durante una delle scene, quella in cui Milian e Merli hanno una colluttazione e Tomas Milian doveva fingere di prendere a calci un Maurizio Merli caduto provvisoriamente a terra, quei calci furono veri e ben assestati, al punto che il regista interruppe le riprese, per placare gli animi, riprendendole solo il giorno dopo.

È gran parte di Roma che viene coinvolta nelle scene del film, quasi a indicare che nessuna zona della città è esente dal pericolo criminale, né la Roma bene né quella più malfamata: si va dal Tiburtino a Parioli, dal Coppedè all’Acqua Acetosa, a Collina Fleming, alla Portuense. E poi ancora Garbatella, corso Francia, via del Governo Vecchio, con un rocambolesco inseguimento sui tetti del centro storico, via Palmiro Togliatti, Il Quadraro, il Parco degli Acquedotti, via Trionfale.

 

Due anni prima dell’uscita nelle sale di “Roma città aperta”, nel 1943, la coppia Anna Magnani e Aldo Fabrizi si trovò già a lavorare insieme, in un film diretto da Mario Mattoli, alla cui sceneggiatura aveva partecipato, oltre allo stesso Fabrizi, anche un giovane Federico Fellini. La storia raccontata nella pellicola è quella di Antonio Urbani, detto Toto, un conducente di carrozzelle intrepretato da Aldo Fabrizi, perennemente in lotta con Roberto, tassista, per questo considerato un concorrente sleale che sta togliendo il lavoro a chi conduce carrozze a cavalli.


Un giorno Mary Dunchetti, una soubrette interpretata da Anna Magnani, dimenticherà sulla sua carrozza una valigia con dei gioielli, che Toto si preoccuperà successivamente di restituire. Ma dopo l’iniziale gioia della donna, lei lo accuserà ingiustamente di aver trafugato un gioiello, causandogli dei possibili guai giudiziari, che sarà proprio il tassista Roberto a scongiurare, ponendo così fine alla loro antica rivalità.

Sebbene il film risenta ancora di quel clima da “telefoni bianchi” che aveva caratterizzato la filmografia italiana da oltre un decennio, in questa pellicola si intravedono già alcuni elementi che porteranno poi alla nascita del neorealismo, con una recitazione decisamente più spontanea e meno ingessata rispetto ad altri film dello stesso periodo. Tra gli interpreti secondari del film, ci sono da ricordare Tino Scotti e il cabarettista romano Gustavo Cacini, all’epoca re dell’avanspettacolo capitolino.

Nel suo giro in carrozza, il vetturino Toto attraversa nel film varie zone del centro città: da via Bissolati, a Piazza Esedra, alla vecchia Stazione Termini (l’attuale sarà realizzata solo nel 1950), oltre a via Giulia e a vicolo dei Panieri, dove è collocata la stalla.

 

Questo film spagnolo del 2010, conosciuto anche col suo titolo internazionale in inglese “Room in Rome”, diretto da Julio Medem, è il racconto di una passione saffica nata fra due giovani donne, la spagnola Alba, interpretata da Elena Anaya e la russa Natasha, che ha il volto di Natasha Yarovenko. È una passione scoppiata durante un soggiorno a Roma e consumata in una camera d’albergo della Capitale, la notte prima della partenza.


Nonostante il buon successo internazionale avuto da una precedente opera dello stesso regista, quel “Lucia y el sexo” che lanciò la carriera di Paz Vega, nonostante l’ambientazione romana della vicenda e la presenza nel cast di Enrico Lo Verso, nel ruolo del cameriere Max, il nostro paese ha snobbato questa pellicola, che qui in Italia non ha riscosso grande consenso. In effetti, oltre alle belle immagini di via dei Coronari, all’affascinante panorama dei tetti di Roma visibile dal balcone dell’hotel, all’eleganza di alcuni ambienti dell’albergo, alla bellezza mozzafiato dei corpi delle due attrici, che appaiono nude quasi per l’intera durata della pellicola, il racconto appare un po’ esile, incapace di attirare fino in fondo l’attenzione dello spettatore, se non per ragioni voyeuristiche.

Quello che poi agli occhi di un italiano appare più grave, non è tanto l’immagine di una Roma molto da cartolina, che d’altro canto risulta coerente con il fatto che le protagoniste siano due turiste straniere, quanto la visione dell’italiano medio espressa dal film, che pare essere rimasta agli anni cinquanta, incarnata dal personaggio interpretato da Lo Verso. Al cameriere vengono infatti messe in bocca scialbe battute a doppio senso, a indicare la perenne indole da pappagalli dei nostri compatrioti, che, pur senza mandolino, non lesinano alle turiste il bel canto di famose arie d’opera, proprio come fa Max. Ne risulta una versione troppo stereotipata di questo personaggio, che finisce per togliere un po’ di qualità e di credibilità al film.

 

Nel 2018, i fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo realizzano il loro primo film, al quale danno “un titolo democratico e ampio, che dà respiro al film e che permette allo spettatore di attribuire un proprio significato al termine abbastanza”, come diranno i due registi in alcune interviste. Girato a Ponte di Nona, a Roma Est, racconta le vicende di due ragazzi del quartiere, ma racconta soprattutto la periferia capitolina, tutta, quella in cui i mezzi per emergere sono pochi, ma al tempo stesso la voglia di elevarsi dalla massa e dall’abbrutimento rimane.


Mirko e Manolo sono due amici, due bravi ragazzi di quella periferia. Studiano, frequentano la scuola alberghiera, che stanno per ultimare. Una sera, guidando, investono un uomo e scappano senza soccorrerlo. Il padre di Manolo, Danilo, interpretato da Max Tortora, rivelerà loro che quell’uomo investito era un pentito del clan dei Pantano, i criminali della zona. Grazie a quell’evento, perciò, Mirko e Manolo si sono guadagnati il diritto di entrare in quel clan, al servizio del malavitoso Angelo, interpretato da Luca Zingaretti. Comincia così per loro una nuova vita, fatta di soldi, di piccolo potere, ma soprattutto di una spirale prima esaltante, poi sempre più soffocante.

Il film è dunque una lenta, inesorabile, discesa agli inferi, o un “abituarsi al male”, come detto dagli stessi registi e come anche sottolineato dall’uso delle inquadrature e dei colori, che vanno via deformandosi verso immagini quasi stagnanti, malate, senza che in questo risulti un giudizio morale del tutto negativo verso l’umanità descritta. Nel film, infatti, anche i personaggi più negativi vengono sempre presentati con un proprio fondo di umanità. Quella al male, però, è un’abitudine apparente, in realtà nessuno si abitua davvero, a partire dai due ragazzi, che proprio per questo, tenteranno, ciascuno a suo modo, di ribellarsi disperatamente all’ingranaggio in cui sono finiti.

 

Film premio Oscar, diretto da Elio Petri e uscito nelle sale nel 1970, “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” è un racconto inquietante, complesso, pieno di rimandi culturali e di apparenti riferimenti alla cronaca di quegli anni; un’indagine poliziesca e al tempo stesso psicologica, che tiene fino alla fine col fiato sospeso, sebbene lo spettatore sappia da subito chi sia l’assassino: un alto dirigente di Pubblica Sicurezza, interpretato da Gian Maria Volonté, già capo della sezione omicidi, da poco promosso al comando dell’ufficio politico della Questura di Roma. Sarà proprio lui, dopo avere ucciso la propria amante, interpretata da Florinda Bolkan, ad alternare sapienti depistaggi e, con frequenti moti di pentimento autopunitivo, a fornire elementi utili per farsi scoprire.


Ad alimentare sapientemente l’inquietudine dello spettatore, di fronte alla vicenda, contribuiscono anche due elementi. Il primo è più evidente: l’efficacissima colonna sonora di Ennio Morricone, che sembra sottolineare perfettamente gli ambigui movimenti della psiche del protagonista. Il secondo è più sottile e forse non viene percepito, se non in modo inconscio, da gran parte del pubblico: il personaggio interpretato da Gian Maria Volonté, durante tutta la durata del film, non viene mai chiamato per nome. Ha dunque solo un ruolo sociale, ma non una completa identità, quasi a rappresentare un pirandelliano “uno, nessuno e centomila”, a dire che quell’uomo, al tempo stesso criminale e difensore della legge, potrebbe essere, in fondo, ciascuno di noi.

Il film ebbe un immediato successo di pubblico, oltre che di critica, complice la coincidenza della sua uscita con lo shock provocato in Italia dalla strage di piazza Fontana. Nel personaggio di Volonté, infatti, si volle, a torto, vedere anche un’analogia con il commissario Calabresi, l’uomo incaricato delle indagini sui sanguinosi fatti milanesi. A torto, poiché la bomba di piazza Fontana, che è del dicembre 1969, fu successiva alla fine delle riprese del film, girato qualche tempo prima. Solo per una coincidenza e per le tempistiche necessarie per il montaggio e la distribuzione, la pellicola uscì nelle sale alcuni mesi dopo, quindi nel bel mezzo delle polemiche per le indagini sulla strage, con la morte misteriosa dell’anarchico Pinelli, di cui parte della sinistra stava accusando Calabresi.

La Roma del film è una città cupa, quasi claustrofobica e al tempo stesso molto moderna. I palazzi in cui la vicenda si svolge, infatti, sono soprattutto quelli ultimati proprio in quegli anni. Anzi a dire il vero, la costruzione del modernissimo palazzo di lusso in cui Gian Maria Volonté abita, non era ancora stata terminata al momento delle riprese. Si tratta del Comprensorio Titanus di Roma, un elegante complesso di palazzine, in Via dei Colli della Farnesina. Anche il suo ufficio era per l’epoca recentissimo. La Questura viene infatti collocata dentro il Centro Direzionale del Caravaggio, in Via del Giorgione, una grande struttura in vetro e acciaio, che è stata anche sede di uffici della Regione Lazio. Solo la casa di Florinda Bolkan è posta in una Roma più classica e centrale: per la precisione in via del Tempio, di fronte alla Sinagoga. Alcune scene sono infine girate nell’ufficio postale realizzato dall’architetto Adalberto Libera, in via Marmorata.

 

Leone d’oro alla settantesima mostra del cinema di Venezia, il film del 2013, diretto da Gianfranco Rosi, è un racconto per immagini, prive di qualunque commento esterno, di alcune vicende di vita reale che si svolgono nelle vicinanze del Grande Raccordo Anulare. Può dunque essere definito un docufilm, ma con una parte documentaristica nettamente prevalente.


Le vicende di alcuni personaggi hanno maggiore spazio, rispetto ad altre, che hanno una funzione di contorno e di raccordo. È il caso, ad esempio, della storia di Roberto, barelliere del 118, che la macchina da presa segue, sia durante i suoi turni di lavoro, sia in alcuni momenti della sua vita privata. C’è poi Francesco, il botanico che vive quasi come una missione la lotta al punteruolo rosso che minaccia le palme di Roma. Cesare, invece, è un pescatore di anguille, che vive su una palafitta sul Tevere. Ben altro tenore di vita ha il principe Filippo Pellegrini, che abita nel suo ricco palazzo, nella zona di Boccea, utilizzato come bed and breakfast e come location per cerimonie. Paolo, anche lui nobile, ma decaduto, vive con la figlia in un piccolo appartamento, non distante dall’aeroporto di Ciampino, avendo come vicini di casa alcuni immigrati con un figlio deejay dilettante.

Accanto a queste storie, ne vengono brevemente presentate anche altre, come quella di alcune anziane prostitute che abitano dentro un camper, quella della coppia di giovani cubiste che balla sul bancone di un chiosco, quella del raduno di fedeli, accorsi per assistere ad un’apparizione della Vergine, quella della riesumazione di alcune salme, tumulate nel cimitero di Prima Porta.

 

Questo film del 1982, diretto e interpretato da Carlo Verdone, con la partecipazione di Eleonora Giorgi, Christian De Sica, Angelo Infanti, Mario Brega, è il più classico gioco degli equivoci. Sergio (Carlo Verdone), timido venditore di enciclopedie, si ritrova per una serie di casualità ad avere le chiavi di casa dell’attico del ricco architetto Manuel Fantoni (Angelo Infanti) e dunque fingerà di essere lui all’arrivo della bella Nadia (Eleonora Giorgi), millantando con lei una vita avventurosa e inesistenti conoscenze altolocate, fra le quali una stretta amicizia col cantante Lucio Dalla, di cui Nadia è una fan sfegatata. Il trucco andrà avanti per un po’, fin quando non verrà smascherato da Augusto (Mario Brega), padre della fidanzata di Sergio.


In questo film sono presenti alcune delle battute e delle scene rimaste memorabili nella filmografia di Carlo Verdone: dal famoso “M’imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana”, che Sergio, nei panni di Manuel Fantoni, dice a Nadia per sedurla, durante i suoi iperbolici racconti sul suo immaginario passato; all’indimenticabile scena nel negozio di alimentari di Mario Brega, quintessenza della romanità più visceralmente popolare, quella in cui Verdone è costretto ad assaggiare le famosissime “
olive greche
”. Del film sono rimaste famose anche le musiche della colonna sonora, firmate dagli Stadio e, ovviamente, da Lucio Dalla, che nella pellicola è citato talmente spesso, da fungere quasi da ulteriore interprete-ombra.

Il film è interamente ambientato e girato a Roma. L’attico di Manuel Fantoni è nella zona di Villa Bonelli, anche se alcuni degli esterni sono stati girati alla Farnesina; mentre l’appartamento di Nadia è a Trastevere (per gli interni) e a Fonte Meravigliosa (per gli esterni), anche se nella finzione filmica viene collocato nella zona di Cinecittà. Alcune scene sono poi girate a Ostia, alla Galleria Colonna, alla Stazione Termini, a Colli Aniene, a piazza Mancini, a Ponte Mazzini. Il negozio di alimentari di Augusto è in centro, in via di San Paolo alla Regola. Tra le curiosità: all’interno del film vi è un cameo della pornostar Moana Pozzi, che appare in alcune scene, interpretando il ruolo di amante dell’architetto Manuel Fantoni.

 

Film del 2000, diretto da un Matteo Garrone all’epoca ancora poco noto al grande pubblico. Narra le vicende di un eterogeneo gruppo di persone, che condivide un appartamento in piazza Vittorio, oltre che una passione per il mondo del teatro. Fra questi ci sono Salvatore e Monica, una sorta di coppia platonica e non dichiarata, impegnata nella realizzazione di un enorme mappamondo per una scenografia teatrale.


La particolarità del film è nel mostrarsi allo spettatore quasi come un documentario. A prima vista nessuno degli attori pare infatti recitare una parte, ma tutti sembra quasi che vengano ripresi di nascosto, durante reali momenti della loro quotidianità. Non a caso, ad accentuare questo aspetto, tutti i personaggi hanno gli stessi nomi degli interpreti. Questo vale per Salvatore Sansone e Monica Nappo, che vestono i panni del Salvatore e della Monica del film. Questo vale ancora di più per Rossella Or e Victor Cavallo, due nomi noti negli anni settanta, capifila del teatro d’avanguardia romano dell’epoca, quello che aveva nel teatro Beat ’72 il proprio punto di riferimento e che, nel film di Garrone, interpretano loro stessi, con una Rossella spaesata, che è appena tornata, dopo anni, in una Roma che non la riconosce più e che lei non riconosce.

Il film è girato quasi interamente a Piazza Vittorio, oltre che sul litorale romano, dove i protagonisti si recano per vendere il gigantesco mappamondo, dopo averlo caricato sul bagagliaio della propria macchina. La Roma che viene presentata è dunque quella multietnica del quartiere Esquilino, oltre a quella del mondo dello spettacolo romano. Non quello dei grandi nomi, dei vip del cinema e della tv, danarosi e noti al pubblico, bensì quello precario, semi clandestino e privo di lustrini, che pullula attorno ai tanti piccoli teatri off della capitale.

 

Con un titolo così, il film di Federico Fellini del 1972, non poteva non essere in questa lista di opere cinematografiche dedicate alla Città Eterna (anche se, a dirla tutta, esiste anche un film omonimo del 2018, di Alfonso Cuaron, intitolato anch’esso “Roma”, per via di un quartiere di Città del Messico nominato Colonia Roma, senza avere dunque alcun riferimento con la capitale d’Italia, opera che quindi non troverete in questa lista). Un anno prima di “Amarcord”, che è del 1973, la pellicola in cui il regista omaggia, nel suo stile visionario, la Rimini della sua infanzia, in “Roma” l’omaggio visionario di Fellini è alla città che lo ha accolto e che lo ha reso famoso.


E infatti “Roma” è anch’esso una sorta di amarcord autobiografico, che non a caso inizia alla stazione Termini, con l’arrivo di un giovane di provincia negli anni trenta, un giovane che è chiaramente, anche se il regista non lo dice esplicitamente, lo stesso Federico Fellini. Da quel momento partono una serie di racconti a metà fra la realtà e il sogno, diversi l’uno dall’altro per contenuto e stile, senza una soluzione di continuità, quasi a volere suggerire la realtà multiforme e contraddittoria che funge da essenza stessa della città. Si va dalla sfilata di moda di abiti ecclesiastici, all’atmosfera dell’avanspettacolo anteguerra, dal ricordo delle case chiuse, agli scontri fra giovani contestatori e polizia, dall’ingorgo sul Grande Raccordo Anulare, a una sorta di visita archeologica degli scavi della metropolitana.

Da ricordare nel film
il cameo di Anna Magnani
, nella parte di sé stessa, che è anche la sua ultima apparizione cinematografica (morirà l’anno dopo). Analoghe scene erano state girate anche da Marcello Mastroianni e da Alberto Sordi, ma Fellini deciderà poi di tagliarle in fase di montaggio. Ovviamente nel film appaiono tutti i luoghi più caratteristici del centro storico della città, oltre ad alcune aree più periferiche. La scena della sfilata dei Balilla è girata a Ostia, in piazzale dei Ravennati. La casa di via Albalonga in cui va a vivere il giovane provinciale, non è davvero in via Albalonga, ma è stata interamente ricostruita negli studi di Cinecittà; mentre la stazione Termini degli anni trenta, dato che l’attuale stazione Termini, in stile razionalista, fu ultimata solo negli anni cinquanta e dunque sarebbe risultata anacronistica, è stata ricreata nella stazione Centrale di Bologna.

 

Tratto dall’omonimo romanzo di Vincenzo Cerami, il film di Mario Monicelli, del 1977, si discosta dai canoni classici della commedia all’italiana, di cui il regista è stato un indiscusso maestro, assumendo i contorni del dramma, anzi della tragedia, non illuminata da luci di speranza. Oltre all’interpretazione di Alberto Sordi, quale protagonista, del cast fanno parte Shelley Winters, nei panni della moglie, Vincenzo Crocitti, il figlio, Romolo Valli, il capoufficio dottor Spaziani.


La vicenda narrata è quella della famiglia Viviani, con il padre Giovanni, impiegato in un ufficio pubblico romano, la madre Amalia, casalinga, il figlio Mario, neo diplomato in ragioneria. Per fare in modo che il figlio possa essere assunto nel suo stesso ufficio, sistemando in tal modo per sempre la sua vita, secondo la filosofia piccolo borghese che gli è propria, Giovanni Viviani finirà per fare di tutto, affiliandosi anche alla massoneria, per acquisire amicizie e favoritismi, grazie all’intercessione del dottor Spaziani, da tempo massone. Ma quando il giovane Mario finisce per essere ucciso da alcuni malviventi, durante una rapina in banca, il sottile strato rassicurante della vita di Giovanni va in mille pezzi e lui, da pacifico impiegato quale era, si trasformerà in un sadico e violento vendicatore solitario, che cercherà di farsi giustizia privata, prima nei confronti dell’assassino del figlio e poi, in genere, contro i soprusi della società.

Il film rende bene l’immagine della Roma impiegatizia, quella che due anni prima era stata letta cinematograficamente in veste comica e grottesca da Luciano Salce e Paolo Villaggio, nella saga di Fantozzi e che, invece, qui mostra i suoi lati più oscuri e tragici. Tutto il film è girato a Roma, tranne la parte nel casotto di campagna, in cui Sordi mette in atto i suoi piani vendicativi, che è ambientata a Nazzano, poco a nord della Capitale. La casa in cui abita la famiglia Viviani è un appartamento di piazzale Prenestino, mentre l’ufficio di Giovanni è nel Palazzo del Poligrafico e Zecca dello Stato, in piazza Verdi. La banca della rapina è in viale Asia, all’Eur, mentre altre scene sono girate in via Cavour, in via dei Colli Portuensi, in viale del Monte Oppio. Una curiosità: il palazzone dove abita l’assassino del figlio di Giovanni Vivaldi, il cosiddetto “Boomerang” di largo Spartaco, al Quadraro, è lo stesso in cui, quindici anni prima, aveva abitato anche Mamma Roma, nel film di Pasolini del 1962.

 

Forse qualcuno si stupirà nel vedere inserito, in questo elenco di film dedicati a Roma, anche “Fantozzi”, pellicola del 1975, girata da Luciano Salce, primo episodio di una lunga epopea interpretata dall’attore genovese Paolo Villaggio. Eppure non c’è affatto da stupirsi, perché il film, ispirato all’omonimo romanzo scritto nel 1971 dallo stesso Villaggio, ambienta proprio a Roma le vicende quotidiane dello sfortunato protagonista, quel ragionier Ugo Fantozzi, diventato una vera e propria maschera da commedia dell’arte, simbolo grottesco e universale dell’uomo medio vessato dalla società.


È quindi la Roma grigia e impiegatizia dei tanti travet dell’amministrazione pubblica e non, che incornicia le paradossali vicende fantozziane. Già il poter oggi usare tranquillamente un aggettivo come fantozziano, la dice lunga sul successo di quel film e di quel personaggio, arrivato a riempire l’immaginario collettivo e il dizionario della lingua italiana. Il film è talmente romano che, alcuni anni fa, ci fu addirittura chi propose ai turisti giunti nella Capitale, una visita guidata “nella Roma di Fantozzi”. Innanzi tutto dov’è la casa in cui abita il ragionier Ugo? L’esterno del suo appartamento è in viale Castrense, con affaccio sulla Tangenziale Est. È dal balcone di quell’abitazione che Fantozzi si calerà per prendere al volo il bus, in una Tangenziale all’epoca ancora chiusa al traffico, perché non ultimata. Altre scene sono però girate in un appartamento di via Donna Olimpia, mentre il cortile interno dell’abitazione è in via Giovanni Battista Bodoni, al Testaccio, in cui è anche il forno del panettiere con cui la moglie Pina lo tradirà nel terzo film della saga “Fantozzi contro tutti”, del 1980 e diretto da neri Parenti.

L’ufficio di Fantozzi è all’interno di quello che è oggi il palazzo sede della Regione Lazio, sulla Cristoforo Colombo, nei cui lunghissimi corridoi Fantozzi si troverà a correre, per riuscire a timbrare in tempo e senza l’aiuto di nessuno, pena la squalifica, il suo cartellino. La location della partita di calcetto arbitrata da Filini (Gigi Reder), è un campetto di periferia sul lungotevere Dante, in zona Marconi, che è stato oggi trasformato in un più moderno centro sportivo. La scena del funerale della madre del mega direttore si svolge presso la chiesa di San Gregorio Magno, vicino al Colosseo; mentre il binario in cui Fantozzi rincorre il treno per consegnare un libro alla Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare, è il primo binario della stazione Ostiense, location che tornerà anche ne “Il secondo tragico Fantozzi”, film del 1976 sempre girato da Salce e in “Fantozzi contro tutti”, durante la partenza per la vacanza a Ortisei.

Il famoso capodanno anticipato, ha luogo in un palazzo di via Donna Olimpia, mentre l’inseguimento dei bulli, quando Fantozzi sta portando l’amata signorina Silvani, cioè Anna Mazzamauro, a un pranzo romantico da “Gigi il troione”, si svolge nei dintorni del Lungotevere della Vittoria. Alcune scene sono poi girate nel carcere minorile di San Michele a Ripa, che tornerà anche in altri film della saga. La sfida a biliardo col mega direttore ha luogo in una villa dell’Olgiata, usata come location per diverse pellicole, mentre un’altra villa, in zona Monte Mario, è trasformata nel ristorante giapponese in cui troverà la morte il cagnolino della Silvani. Per concludere, una citazione la merita anche la famosa “Coppa Cobram” di ciclismo, presente nel sequel “Fantozzi contro tutti”. Quella devastante gara è stata interamente girata sul Monte Antenne, non distante dalla zona in cui oggi si trova la moschea di Roma. Poi la corsa si snoda tra Via di Ponte Salario e Via del Forte Antenne.

 

Questo film a episodi del 1977, con la regia di Dino Risi, Ettore Scola, Mario Monicelli, che vede, tra gli interpreti, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Alberto Sordi, Ornella Muti, è una sorta di ampio campionario delle meschinità umane, molto spesso compiute senza la minima percezione, o comunque senza particolari rimorsi, di quanto alcuni comportamenti finiscano per risultare dannosi per gli altri, amici, parenti, conoscenti e, in qualche caso, addirittura mortali.


Il film completo consta di quattordici episodi, molti dei quali ambientati a Roma, anche se la cosiddetta versione televisiva, quella che fu trasmessa dalle tv italiane a partire dagli anni ottanta e perciò la più nota al grande pubblico, ne conta solo nove. Da questa versione ridotta, sono stati tagliati gli episodi intitolati Mammina e mammone, Cittadino esemplare, Il sospetto, Sequestro di persona cara, Pornodiva ed è stata anche accorciata la durata dell’episodio intitolato Autostop.

Tra gli episodi più famosi, girati nella Capitale, c’è Tantum Ergo, con Gassman nelle vesti di un cardinale, che resta bloccato nella zona di Centocelle, davanti a una parrocchia di borgata, quella di Santa Maria Madre della Misericordia, non distante da Villa Gordiani, a causa di un guasto alla propria vettura, perciò entra in quella chiesa, gestita da un prete operaio e lì improvvisa un sermone. C’è poi Hostaria, girato alla Trattoria ai Due Ponti, in via Flaminia, nelle cui cucine Gassman e Tognazzi, nelle vesti del cameriere e del cuoco, litigano forsennatamente. C’è anche il tour notturno per ospedali capitolini di First Aid, compiuto da Alberto Sordi, nei panni di Giovan Maria Catalan Belmonte, un dandy, esponente della nobiltà romana, che, vagando con la sua Rolls-Royce, nei pressi del monumento a Mazzini al Circo Massimo, trova un uomo gravemente ferito a causa di un incidente. Dopo aver provato a farlo ricoverare in tre ospedali (di cui uno solo, fra quelli mostrati nel film, è un vero ospedale di Roma: il San Camillo), senza trovare un pronto soccorso disponibile, il protagonista abbandona di nuovo il malcapitato, esattamente dove l’aveva trovato.

Romano è l’episodio L’elogio funebre, in cui Sordi, in un cimitero, ricorda il capocomico scomparso “Formichella”, trasformando quel momento di lutto in uno sguaiato show d’avanspettacolo. Anche l’episodio Senza parole, con Ornella Muti che s’innamora di un misterioso mediorientale, è girato a Roma, nell’Hotel Cavalieri Hilton di Monte Mario. Un tour del centro della città, partendo dalla Garbatella, è nell’episodio tagliato Mammina e mammone. E, sempre a Roma, negli ex studi De Paolis di via Tiburtina, è girato Pornodiva. Infine, l’episodio Come una regina, che inizia con un gelato gustato in un bar all’aperto, lungo la Passeggiata del Gianicolo, dove Sordi porta l’anziana madre, prima di abbandonarla in un ospizio, è girato in gran parte nell’ex orfanotrofio della Marcigliana, un luogo affascinante e misterioso della città,
di cui abbiamo parlato ampiamente in un nostro articolo.

 

ACAB, acronimo anglosassone che sta per All Cops Are Bastards, cioè tutti i poliziotti sono bastardi, è anche il titolo di un film di Stefano Sollima del 2012, che narra le vicende di tre celerini: Negro (Filippo Nigro), Mazinga (Marco Giallini) e Cobra (Pierfrancesco Favino), agenti antisommossa della Polizia di Stato, diversi per carattere ma uniti da una forte amicizia, un legame che li aiuta ad affrontare il difficile lavoro che hanno scelto e le proprie situazioni private e familiari, tutte piuttosto complesse. Alle vicende di fantasia narrate del film, si intrecciano alcuni reali episodi di cronaca, come la morte del poliziotto Filippo Raciti e quello del tifoso della Lazio, Gabriele Sandri.


La Roma che appare nel film, è dunque la città che ruota attorno al mondo degli ultras, oltre a quello delle forze di polizia. Numerose scene sono girate nei pressi dello Stadio Olimpico e del Foro Italico, oltre a Colli Aniene, Ponte Mammolo, Casal de’ Pazzi, che fanno da cornice per i momenti più privati delle vite dei protagonisti. Il campo da rugby nel quale si dilettano a giocare dopo il lavoro, è il campo della Vantaggio Rugby, nel quartiere San Basilio. Infine, la caserma in cui i tre lavorano, è, nella realtà, la sede della scuola per la formazione dei Vigili del Fuoco di Roma, all’interno della Caserma delle Capannelle.

 

Tre storie, tre città, gli stessi due interpreti in tutti gli episodi: Marcello Mastroianni e Sophia Loren. Il film di Vittorio De Sica, del 1963, è articolato in tre diversi racconti, ambientati in tre città italiane: Napoli, Milano e, ovviamente, Roma. Se l’episodio napoletano (ispirato da una storia vera) narra di una coppia prolifica, in cui lei, venditrice di sigarette di contrabbando, riesce, con l’escamotage di essere perennemente incinta, a evitare di essere rinchiusa in galera, se quello milanese ci propone la tresca fra una donna altolocata e un uomo di modeste condizione economiche, è sicuramente l’episodio ambientato a Roma, intitolato “Mara” quello rimasto più famoso, soprattutto per una delle sue memorabili scene.


Mara (Sophia Loren) è una squillo d’alto bordo, che abita in un appartamento con vista su Piazza Navona. Ha, trai suoi più affezionati clienti, un certo Augusto (Marcello Mastroianni). Ma Umberto, il nipote della dirimpettaia (interpretata da Tina Pica), seminarista, ignaro della professione della vicina di casa, se ne invaghisce. Mara dopo aver giocato a farlo innamorare, quando viene a sapere che Umberto vuole lasciare la sua vocazione per lei, si pente e gli confida tutto. Augusto torna perciò in seminario e Mara, per festeggiare il fatto che tutto si sia sistemato per il meglio, si esibisce in una delle scene più famose del cinema italiano:
un sensuale spogliarello per il suo amico Augusto
.

È dunque la Roma più tipica quella che appare nel film, la Roma del pieno centro storico e quella delle tonache che popolano la città in cui risiede il Papa. Il negozio di articoli religiosi che appare in una delle scene del film, non è però in Vaticano o a Borgo, come si potrebbe pensare, dato che ancora oggi quelle zone della città pullulano di esercizi commerciali a tema, bensì a piazza della Minerva, poco distante dal Pantheon.

 

“Cinquanta per cento Bangla, cinquanta per cento Italia e cento per cento Torpigna”. È con questa frase che si presenta il protagonista di “Bangla”, il film del 2019, d’ispirazione autobiografica, scritto, diretto e interpretato da Phaim Buiyan, giovane attore e regista, originario del Bangladesh, ma nato e vissuto a Roma, nel quartiere di Torpignattara.


E a Torpignattara nasce e vive anche Phaim, l’omonimo protagonista della pellicola, un ragazzo bengalese di 22 anni, diviso fra due mondi. Perché “Bangla” è il ritratto poetico e divertente di quei romani di seconda generazione, che formano ormai un’ampia fetta della nostra città, provenienti da radici diverse, anche se nati qui, più romani dei romani stessi. La famiglia di Phaim è composta da un padre sognatore, una madre tradizionalista e una sorella che sta per sposarsi con un altro ragazzo bengalese. Come tutti i ragazzi della sua età, Phaim sogna di innamorarsi, ma intanto divide le sue giornate fra il lavoro da steward in un museo, il suo amico Matteo, pusher di Torpigna, e la band Moon Star Studio, in cui lui suona insieme ad altri tre amici. L’incontro con Asia (Carlotta Antonelli), una ragazza romana che gli fa perdere la testa, metterà il protagonista davanti a una scelta lacerante fra le sue due culture: andare via dall’Italia e partire per Londra, dove la famiglia ha deciso di trasferirsi, oppure restare a Roma, per rimanere con i suoi amici e con la donna che ama.

Tra street art capitolina e scorci dei palazzoni di Torpignattara, la pellicola ha una forte connotazione romana. L’incontro tra i due mondi è poi simbolicamente rappresentato, nel film, anche nell’incontro fra la periferica Torpigna di Bangla e la Roma Nord, un po’ radical chic, di Asia, due zone della città che nella vicenda vengono raffigurate quasi come due entità estranee, che non si conoscono l’una con l’altra e si guardano con sospetto, pur essendo vicendevolmente attratte. E così, le situazioni complesse che nascono dal multiculturalismo e dalla religione musulmana di Phaim, che comporta un assoluto divieto di fare sesso prima del matrimonio, o di bere alcolici e mangiare carne di maiale, finiscono per condensarsi e risolversi nella domanda che le pischelle di Roma Nord, amiche di Asia, rivolgono al protagonista: “Tu il maiale non lo mangi, ma il cinghiale?”

 

All’inizio del 1976, l’eco del massacro del Circeo, compiuto da tre giovani romani di buona famiglia, nel settembre del ’75, in una villa sul litorale pontino, era ancora fortissimo in tutta Italia e riempiva le prime pagine di giornali e rotocalchi. A questo si aggiungeva il clima di quegli anni, che saranno in seguito definiti gli “anni di piombo”, con lotte fra fazioni politiche avverse, violenze e omicidi, che venivano compiuti, sia da parte di gruppi organizzati di estrema destra, sia da parte di analoghi raggruppamenti di estrema sinistra. È in quel momento che Renato Savino, ispirandosi a questi fatti di cronaca, decise di scrivere il soggetto e la sceneggiatura di un film che può essere considerato una sorta di “instant movie”, di cui firmò anche la regia: “I ragazzi della Roma violenta”.


La pellicola si rifà in parte ai canoni del genere poliziottesco, molto in voga in quegli anni, pur discostandosene in parte. La storia è un intreccio di due episodi: da una parte le violenze commesse da un gruppo di neofascisti romani, capeggiati da Marco Garroni, un ricco e perverso pariolino; dall’altra quelle perpetrate da alcuni giovani borgatari, comandati da Schizzo. Gli atti di sadismo e i morti finiranno per esserci da ambo le parti. Garroni si macchierà anche dell’omicidio di una ragazza, seviziata a violentata senza pietà prima della morte. Braccato dalla polizia, nel tentativo di scappare, finirà con la sua auto in un burrone, morendo.

Il chiaro richiamo al delitto del Circeo è bene evidenziato anche dalle location scelte dal regista. Oltre alle scene girate a Roma, soprattutto la Roma periferica dei quartieri nati in quegli anni: il Nuovo Salario, Tor de’ Schiavi, Casalbruciato, il Collatino, il Tiburtino, ma anche la zona di Villa Massimo, non lontano da piazza Bologna, buona parte del film è girata nei dintorni di Sabaudia. Proprio a Sabaudia, quindi non lontano dal Circeo, si trova la villa in cui Garroni violenta e uccide la sua vittima e, sempre sul litorale pontino. è anche la strada litoranea in cui l’auto del protagonista finirà fuori strada.

 

Ciò che per Roma, negli anni sessanta è stata “La dolce vita”, nel nuovo millennio è “La grande bellezza”, il film di Paolo Sorrentino del 2013, vincitore del premio Oscar quale miglior film straniero. Le analogie fra le due pellicole sono davvero molte, a partire dallo stile cinematografico, con un Sorrentino che esplicitamente cita il Fellini di cinquant’anni prima in diverse riprese, oltre che nell’atmosfera di fondo che accompagna il film. Per proseguire con la prospettiva dalla quale viene raccontata la Città Eterna, che nell’uno e nell’altro film, è quella della mondanità capitolina. E poi ancora la durata, che in entrambe le pellicole rasenta le tre ore. Ma, soprattutto, entrambi i film hanno fatto nascere dei modi di dire universali, con i loro titoli che sono, in un certo qual modo, divenuti dei veri e propri sinonimi di Roma. Curioso che queste due pellicole, cioè quelle che maggiormente simboleggiano l’Urbe nel mondo, siano entrambe opere di registi che romani non sono, se non di adozione.


Protagonista assoluto del racconto è Jep Gambardella, interpretato da Toni Servillo, giornalista, esattamente come il Marcello Rubini de “La dolce vita”, scrittore e critico teatrale, un uomo che, come il suo predecessore felliniano, attraversa le interminabili notti di una Roma, tanto bella quanto cinica e vacua, quasi senza speranza, una città alla quale sente di somigliare. Attorno a lui ruotano numerosi altri personaggi, ciascuno con la propria palese o segreta insoddisfazione e solitudine, interpretati da un cast che comprende Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Pamela Villoresi, Galatea Ranzi, Isabella Ferrari, Roberto Herlitzka, con dei cameo di Antonello Venditti e Fanny Ardant nel ruolo di loro stessi.

Su tutti i personaggi e le vicende narrate aleggia al tempo stesso un’eleganza delle forme e un grosso vuoto nella sostanza, un’aura di fallimento, che rimane in sottofondo per poi venire esplicitata nella famosa frase pronunciata dal protagonista: “Io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire”. Tutto accade in un costante presente, senza progetti, senza un vero domani. Anche la musica di Raffaella Carrà, nella versione rimixata da Bob Sinclair, che fa da tormentone durante la scena della festa, è stata scelta dal regista in questa ottica, come ha detto lo stesso Sorrentino in un’intervista, dichiarando che quel brano: “è un continuo ripetersi, che non porta da nessuna parte”.

Tutto questo si proietta su Roma, che è la vera grande protagonista del film, raffigurata nella sua bellezza con immagini mozzafiato dei suoi angoli noti e meno noti: dal Fontanone del Gianicolo a Villa Spada, dai Cavalieri di Malta e Santa Sabina, sull’Aventino, a piazza Navona, dal Lungotevere alla Fontana di Trevi, dalla chiesa dei Santi Domenico e Sisto, sotto la Torre delle Milizie, tra salita del Grillo e via Panisperna, ai giardini di Villa Medici. E poi San Pietro in Montorio, il Parco degli Acquedotti, Villa Giulia, le Terme di Caracalla. Infine le terrazze, quella con vista Colosseo e quella del Palazzo dell’Ina di via Bissolati, da cui è visibile l’insegna pubblicitaria del Martini. La grande bellezza di Roma c’è nella sua interezza, in questo film, immutabile e immortale, nonostante la sua decadenza.

 

Col titolo rubato a una famosa canzone di Antonello Venditti, il film di Fausto Brizzi del 2006, è il ritratto di una generazione, quella che andava al liceo nella seconda metà degli anni ottanta, l’epoca dei paninari, dei Duran Duran, del rampantismo, un periodo visto con gli occhi di un gruppo di adolescenti che si stanno preparando alla vita e, soprattutto, al proprio esame di maturità. Tra gli interpreti della pellicola troviamo Giorgio Faletti (il professor Martinelli), Nicolas Vaporidis (Luca), Cristiana Capotondi (Claudia).


A incorniciare le vicende dei protagonisti, coi loro patemi amorosi, le loro trovate creative e bislacche per superare il temuto esame, le loro piccole e grandi difficoltà, è la Capitale con le sue molteplici facce. Si va dalla scalinata della chiesa dei santi Pietro e Paolo, all’Eur; alla villa della mega festa in cui ha luogo il fatale incontro fra Luca e Claudia, una vera villa capitolina che è in via Caetana, all’incrocio con via dei Metelli; alla terrazza panoramica di Monteverde, che funge da abitazione di Luca, al bar di Monti dove i ragazzi si incontrano spesso per chiacchierare; al barcone sul Tevere, oggi affondato, nei pressi di Ponte dell’Industria, che nella pellicola funge da balera; alla casa del professor Martinelli, in centro, per la precisione in via Sant’Agata dei Goti. Il liceo classico che frequentano i protagonisti del film, non è in realtà un liceo, ma è la sede della Facoltà di Ingegneria dell’Università La Sapienza.

Dal film, visto il buon successo di pubblico e anche di critica incontrato fin dalla sua uscita, sono state tratte altre opere cinematografiche e televisive: Nel 2007 è uscito il sequel “Notte prima degli esami – Oggi” dello stesso regista; nel 2008 è stato realizzato un remake francese della pellicola, intitolato “Nos 18 ans”, diretto da Frederic Berthe; nel 2011 Rai Fiction ha prodotto una miniserie in due puntate, dal titolo “Notte prima degli esami ’82”, ambientata nel periodo dei mondiali di calcio vinti dall’Italia.

 

È un curioso film collettivo del 1976, dalla struttura originale, diretto da Age, Leonardo Benvenuti, Luigi Comencini, Piero De Bernardi, Nanni Loy, Ruggero Maccari, Luigi Magni, Mario Monicelli, Ugo Pirro, Furio Scarpelli ed Ettore Scola, riuniti nella cosiddetta “Cooperativa 15 maggio”. Si tratta della parodia di un’immaginaria giornata televisiva, con inchieste giornalistiche, sceneggiati, telefilm, quiz, trasmissioni per ragazzi, spot pubblicitari e un telegiornale (il TG3, che all’epoca ancora non esisteva) che funge da filo conduttore. Ne risulta una rappresentazione paradossale e satirica, al tempo stesso comica e di denuncia, grottesca ma con un fondo di realismo, della società dell’epoca, del suo mondo politico e degli altri principali poteri: l’esercito, la chiesa, i media.


Con Marcello Mastroianni nel ruolo di anchorman televisivo, preso anche da vicende sindacali e private e da un flirt con la bella assistente, nel bel mezzo della sua diretta, il film vanta un cast di tutto rispetto, di cui fanno parte, tra gli altri, Vittorio Gassman, Paolo Villaggio, Adolfo Celi, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi, Senta Berger, Gabriella Farinon, Mario Scaccia, Carlo Croccolo, Monica Guerritore.

Se alcuni degli episodi in cui è frammentata la pellicola, sono girati a Bracciano, a Napoli e a Milano, la maggior parte di questi ci presenta chiaramente scorci romani. Si va dal Villaggio Olimpico e da una piazza nelle vicinanze di via La Spezia nell’episodio intitolato “La bomba”, a un bel palazzo primi del novecento, accanto a viale del Policlinico, che funge da ambasciata nella “Lezione d’inglese”, a una villa dell’Olgiata, a piazza Montecitorio, dove ha luogo l’intervista di Mastroianni ad un ministro corrotto.

 

Sulla scia del grande successo de “Il marchese del Grillo”, uscito l’anno prima, il film di Sergio Corbucci del 1982, che ha per protagonista Enrico Montesano nelle vesti di un singolare conte di estrazione popolare, è un’altra storia che prende ispirazione da personaggi della memoria romanesca, a metà fra storia e leggenda.  Quello del conte Tacchia è, molto liberamente, ispirato alla figura del conte Adriano Bennicelli, che alcune fonti ci dicono essere vissuto tra il 1860 e il 1925, divenuto famoso nella Roma umbertina, soprattutto per il suo turpiloquio e i suoi modi sfrontati, che lo portarono spesso ad essere il protagonista di memorabili e pittoresche liti, finite anche in tribunale. Dato che i conti Bennicelli si erano arricchiti con il commercio del legname, i romani lo avevano soprannominato per l’appunto “tacchia”, cioè pezzo di legno.


Il conte Tacchia del film è invece di estrazione popolare, si chiama Francesco Puricelli ed è figlio di un falegname, interpretato da Paolo Panelli. È infatuato del bel mondo della nobiltà romana, che lui conosce grazie all’amicizia con il principe Terenzi, che ha il volto di Vittorio Gassman, un nobile ormai in decadenza e squattrinato, oltre che solo e senza amici né familiari, ma d’indubbia eleganza ed eloquio. Alla morte di questi, Puricelli riceverà in eredità i suoi titoli e il suo palazzo. Diviso fra due mondi, rappresentati simbolicamente anche dalle due donne, Fernanda la popolana ed Elisa la duchessina, da cui è attratto, il conte Tacchia si accorgerà presto della grettezza che si cela dietro a quel bel mondo, fatto di titoli e ricche casate. Creduto erroneamente morto, ne approfitterà dunque per fuggire in America con l’amata Fernanda, per rifarsi lì una nuova vita.

A differenza di altri film dal tema analogo (a partire dal prima citato “il marchese del Grillo”) le scene del conte Tacchia, sono realmente girate nei vicoli e nei palazzi di Roma. C’è il Foro di Traiano della passeggiata notturna di Gassman e Montesano, c’è la splendida Villa Medici, coi suoi giardini, oltre al laghetto di Villa Borghese, il Colosseo, Villa Pamphili, la piazzetta di Santa Maria della Pace, Porta San pancrazio. La villa dei conti Savello è Villa Giovanelli- Fogaccia, su via di Boccea, costruita su progetto dell’Architetto Marcello Piacentini e usata come location in numerosi film. La scena del duello è ambientata al Castello di Roccarespampani, a Monte Romano, in provincia di Viterbo. Gran parte delle scene si svolgono in piazza Capizzucchi, al centro di Roma, poco distante dal Ghetto. Nella piazza è collocata la bottega di falegname del protagonista e Palazzo Capizzucchi è il palazzo cinquecentesco, di proprietà prima del principe Terenzi e poi del conte Tacchia.

 

L’opera di Stefano Sollima, del 2015, è tratta dall’omonimo libo, pubblicato due anni prima da Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, l’autore di “Romanzo Criminale”. Ispirata da reali fatti di cronaca degli anni immediatamente precedenti all’uscita nelle sale (la caduta del governo Berlusconi, le dimissioni di Papa Ratzinger, raccontate nel film), la pellicola presenta una Roma criminale e violenta, con strettissimi legami fra malavita e mondo della politica.


Mentre il Papa medita le dimissioni, a Ostia viene dato alle fiamme uno stabilimento balneare e a Roma viene ucciso un piccolo criminale, per ordine di Samurai, un boss superstite della banda della Magliana, la vicenda principale del film ha inizio con la morte per overdose di una prostituta minorenne, durante un festino organizzato da Filippo Malgradi, interpretato da Pierfrancesco Favino, un parlamentare amico, fin dai tempi degli anni di piombo, di Samurai, che sullo schermo ha il volto di Claudio Amendola. Per occultare il cadavere della ragazza verrà chiamato Spadino, un malavitoso affiliato a un clan di zingari di Roma est. Questo episodio scatenerà una serie di ricatti, con feroci lotte fra bande rivali e dure pressioni sul mondo politico, per fare approvare una legge sulle periferie che permetterebbe la realizzazione di un progetto chiamato Waterfront, una grande speculazione edilizia, ideata per trasformare Ostia in una sorta di Las Vegas nostrana. Nonostante tutti gli sforzi, l’improvvisa caduta del governo manderà provvisoriamente in fumo il piano.

Nonostante si tratti di un’opera di fantasia, sono chiari i rimandi alle vicende narrate in quegli anni da giornali e tv, quelle relative al clan dei Casamonica e a quello degli Spada, oltre agli intrighi fra palazzi della politica, malavita, escort e droga,
di cui abbiamo raccontato anche in alcuni nostri articoli
. Il film ha avuto un buon successo di pubblico, all’uscita nelle sale, tanto da ispirare la creazione di una omonima serie TV, a tutt’oggi in programmazione su Netflix.

Numerosi sono i luoghi e le zone di Roma ben riconoscibili nella pellicola. Si va dalla Casina Valadier, al bar “La mela stregata” di piazza Pasquale Paoli, dal centro di via del Babuino e piazza sant’Andrea della Valle, alla via Tiburtina del “Dubai Cafè”, al bar del benzinaio Eni sulla via Salaria, all’altezza della zona dei concessionari, che nel film funge da ufficio di Samurai. Lo stabilimento di Ostia, che fa da location in diverse scene, è infine “La vecchia pineta”.

 

Il film di Steno, del 1976, è diventato uno dei cult della commedia all’italiana, con gli indimenticabili personaggi del Pomata e di Mandrake, alias Enrico Montesano e Gigi Proietti, due amici appassionati di corse ippiche, cialtroni e truffaldini, incapaci di vincere qualunque scommessa, anche quando hanno in mano i nomi dei cavalli vincenti, come quelli degli oggi quasi proverbiali cavalli: Soldatino, King e D’Artagnan. È una pellicola che, curiosamente, ottenne tiepidi incassi e scarso apprezzamento, all’epoca della sua uscita, ma poi, negli anni, grazie ai molteplici passaggi nelle TV locali e nazionali, è diventato uno dei più famosi e amati film comici nazionali, con schiere di appassionati che ne citano a memoria tutte le battute. Tanto che, nel 2002, è stato girato anche un sequel: “Febbre da cavallo, la mandrakata”, diretto da Carlo Vanzina, il figlio di Steno, con Proietti e Montesano a riprendere i propri ruoli.


La storia, per chi non la conoscesse, racconta le vicende di un gruppo di amici con la passione per le scommesse ippiche, sempre pronti a inventare stratagemmi e raggiri di ogni genere, pur di raggranellare il denaro necessario per la loro costosa e fallimentare passione. La sfortuna e l’imperizia li portano però a indebitarsi, nonostante Gabriella, alias Catherine Spaak, nel film moglie di Mandrake, avesse loro suggerito i cavalli poi risultati vincenti, ma su cui, per spavalderia, non avevano puntato. Vergognandosi di confessarlo, decidono allora di inventare una grossa e assurda truffa per truccare una corsa. La passione del gioco, l’ossessione per le scommesse e per il rischio, le truffe e le guasconate, sono incorniciate da una Roma scalcagnata, popolata da improbabili e simpatiche figure, quasi da fumetto. Come disse Nikki Gentile, l’attrice americana interprete di un ruolo minore nel film, quello di Mafalda: “Febbre da cavallo è Roma, semplicemente Roma! C’è tutta Roma in quel film”.

Interamente girato nella Capitale, soprattutto nella zona di piazza d’Aracoeli, dove Gabriella gestisce il Gran Caffè Roma (un locale tuttora esistente) e quella di piazza Margana, al Ghetto, dove si trova la casa del Pomata. La scena all’ospedale, sempre con il Pomata, è ripresa al Fatebenefratelli, sull’isola Tiberina. La famosa sequenza dello spot del whisky Vat 69, l’immortale “whisky maschio senza rischio”, è girata invece di fronte alla chiesa di San Girolamo degli Schiavoni, in via di Ripetta, a due passi dall’Ara Pacis. Tutte le scene nei vari ippodromi presenti nel film, sono girate interamente all’ippodromo di Tor di Valle. Anche le scene nella stazione f

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