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Lunedì 22 Febbraio 2021 15:02

Maurizio Andreola, l’importanza della comunicazione medico-pazienti

Il dott. Maurizio Andreola, medico di base di via Cassia, fin dall’inizio della pandemia da Covid-19 si è distinto tra gli altri per non aver fatto sentire soli i suoi pazienti, inizialmente spauriti da ciò che stava accadendo. Le sue chat sono ormai famose in tutto il quartiere. Il dott. Andreola non solo ha quotidianamente […]

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Il dott. Maurizio Andreola, medico di base di via Cassia, fin dall’inizio della pandemia da Covid-19 si è distinto tra gli altri per non aver fatto sentire soli i suoi pazienti, inizialmente spauriti da ciò che stava accadendo.

Le sue chat sono ormai famose in tutto il quartiere. Il dott. Andreola non solo ha quotidianamente comunicato con i suoi pazienti, tenendoli aggiornati sull’andamento dei contagi, sulla prevenzione e sulle terapie più efficaci, ma li ha sempre tenuti informati in merito ai numeri dei guariti perché, come dice lui stesso, la felicità data da una notizia positiva rafforza le difese immunitarie ed è una buona alleata contro il Covid-19.

Nell’atrio esterno dell’Ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma, sulla Cassia, ci siamo fatti raccontare come ha fronteggiato l’emergenza a livello territoriale, qual è l’andamento dei contagi nel quartiere e cosa si aspetta per il futuro, con l’avvio della campagna vaccinale.

All’inizio noi medici di base del Lazio siamo stati fortunati, perché non c’erano ancora molti casi all’interno della regione. Io personalmente non ho allarmato né tranquillizzato troppo i miei pazienti, in attesa di capire meglio cosa stesse succedendo.

Per tanti mesi ho inviato loro linee guida su come prevenire il virus ed ho iniziato a somministrare le cure in base a cosa, man mano, si scopriva sul Covid-19. Ho partecipato ad una chat con altri 100.000 medici, molti dei quali in trincea in Lombardia, che era la zona inizialmente più colpita e, sulla base dei dati che arrivavano dai protocolli cinesi, abbiamo messo in atto un protocollo.

A livello locale, siamo stati i primi a dire di dover trattare fin da subito la malattia, sulla base dei sintomi, utilizzando la tachipirina e l’azitromicina come antinfiammatori.

Dopo il periodo di lockdown, fino all’estate, la situazione è stata abbastanza tranquilla. Poi sono stati commessi due errori fondamentali. Il primo è stato quello di dire che tutto fosse finito, così la gente ha mollato la presa e noi medici, a settembre, ci siamo trovati a gestire problematiche enormi. Il secondo fallimento è stato quello del tracciamento, che ha rappresentato per noi la fase più critica perché ci siamo ritrovati a dover tracciare decine di persone al giorno.

Considerato che una persona, portandosene dietro altre quattro o cinque, richiede almeno 20 minuti per essere tracciata, questo ha significato che un medico di base o faceva il tracciamento o faceva il suo lavoro. Numeri e tempi erano enormi.

Così, il sistema è saltato subito, i casi erano troppi. Forse avrebbe funzionato se fosse stato attuato all’inizio, quando ancora vi erano pochi casi. Ma dopo l’estate, complice in primis la sottovalutazione del problema da parte dei giovani, c’è stata un’esplosione di casi a Roma Nord, la zona più esposta.

Ora a Roma Nord c’è un discreto numero di casi, anche di variante inglese che è maggiormente contagiosa e si diffonde più rapidamente. Per questo, è opportuno mantenere una distanza maggiore ed utilizzare anche doppi dispositivi di protezione. Ad oggi, la variante viene rilevata solo con il tampone molecolare e sarebbe utile se venissero fatti anche test rapidi di nuova generazione, che possano individuarla.

A mio avviso, il problema principale sono stati gli “esperti” che, invece di fornire al pubblico dati oggettivi e quantificabili, si sono divisi in tifoserie politiche. Invece di comunicare correttamente cosa stesse succedendo a livello generale, hanno parlato sulla base di esperienze locali o peggio, sulla scorta degli interessi politici rappresentati.
Alcuni dicevano una cosa, altri esattamente il contrario.

Non è stato un problema di fake news perché nessuno ha detto cose non vere. Si è trattato, invece, di infodemia. Sono circolate moltissime informazioni, spesso contrastanti tra loro, ma in realtà non aveva ragione nessuno in assoluto. Bisognava semplicemente dire di rimanere cauti perché nulla sapevamo di questo virus, ne sappiamo ancora oggi con precisione tante cose, ad esempio quanto dura l’immunità. Per non parlare di quelli che si sono definiti “esperti” senza esserlo, alla prima intervista rilasciata.

Questo meccanismo ha confuso tanto anche i cittadini. Il Covid-19 è una malattia che stiamo ancora conoscendo. La scienza non è magia né viene prevista con la palla di vetro, ma è osservazione di ciò che accade. Quindi, se non osserviamo prima quello che accade e non raccogliamo i dati, non possiamo capire né dire nulla. La scienza sbaglia se fa previsioni sulla base di idee e dogmi.

In ogni caso, non è tanto un problema di governo, perché i governi sono tutti buoni o cattivi. Il problema più grande riguarda la composizione delle strutture sanitarie pubbliche intermedie. Il grosso fallimento che abbiamo avuto è che, per anni, sono state depotenziate le strutture dedicate all’igiene pubblica, all’epidemiologia e alla medicina del territorio.

All’interno dei servizi di igiene pubblica, in particolare, spesso non c’è gente qualificata, anzi, è poco preparata, non conosce molto della clinica.

Il virus circolava già da mesi rispetto a quando è esplosa la pandemia. Quando si sono palesati i primi casi di polmonite “strana”, diversa insomma da quella solita, a nessuno è venuto in mente che potesse trattarsi di qualcos’altro. Solo dopo due tre mesi, qualcuno ha ricollegato con ciò che stava accadendo a Wuhan, in Cina.

La campagna nazionale di vaccinazione è iniziata a fine dicembre, partendo dagli operatori sanitari, sociosanitari, gli ospiti e il personale delle case di riposo, ai quali è stato somministrato il vaccino Pfizer. Progressivamente hanno iniziato a vaccinare gli anziani over 80.

Il calendario di vaccinazioni dà poi la priorità ai pazienti che hanno malattie sviluppate in forma grave e in fase acuta. Non basta avere, ad esempio, ipertensione o diabete in forma leggera, perché in questo caso il paziente viene considerato un soggetto a rischio ma non grave e quindi segue il calendario per anno di nascita, non per priorità.

I soggetti tra i 79 e i 65 anni verranno vaccinati, a seguire, dalle strutture ospedaliere. Ci sono poi categorie particolari, come gli insegnanti e le forze dell’ordine, che verranno vaccinati dalle loro strutture e seguono, quindi, un percorso diverso.

Per il momento, e per quanto si sa ad oggi, i medici di base devono organizzare i pazienti dai 65 anni in giù per classi di età, che verranno chiamati per la somministrazione del vaccino AstraZeneca, in base alle dosi che ogni medico avrà a disposizione. Questo è un vaccino per i soggetti meno a rischio, perché ha una copertura minore fino al 60-70%. Ovviamente, sempre che non cambino le cose e sempre che non venga approvato un nuovo vaccino.

Personalmente, spero venga approvato il vaccino russo Sputnik V, che è molto sicuro, ma deve seguire l’iter e le problematiche dovute agli accordi internazionali. Sarebbe ottimo perché efficace a più del 90% e potrebbe essere somministrato anche dai medici di base, come quello antinfluenzale. Lo Sputnik V utilizza due adenovirus, permettendo così di avere una maggiore copertura, a differenza di quello di AstraAzeneca che ne usa solo uno. Speriamo davvero venga approvato.

Si, ho fiducia perché ci sono i vaccini, sperando che coprano anche le nuove varianti. Oltretutto, ora sappiamo di più sul virus e come trattarlo. Abbiamo imparato a conviverci. Abbiamo capito che bisogna stare cauti perché il Covid-19 non colpisce in maniera grave tante persone, ma quando colpisce in maniera grave non fa sconti e ancora non abbiamo la capacità di capire veramente quali sono i soggetti più a rischio.

Fin dall’inizio ho pensato ad un modo alternativo per comunicare con i miei pazienti per tranquillizzarli visto che, con gli studi chiusi, erano allo sbando. Ho avuto l’idea di inserirli tutti in una chat dove mandare ogni giorno delle comunicazioni.
Ho subito detto loro di trattare la malattia fin dall’inizio, di comunicarmi immediatamente i primi sintomi per capire la cura adeguata, senza aspettare di capire chissà cosa. Inutile andare a fare i tamponi tanto sta girando solo il Covid-19.

Prevenzione e trattamento dalle prime ore sono le parole chiave. Da quanto mi hanno riferito i pazienti, la chat è stata molto apprezzata perché si sono sentiti protetti, non abbandonati. E io non ho ricoverato praticamente nessuno.

In questo momento sono contrastato. Nel senso che, dopo l’anno che abbiamo passato, noi medici di base siamo stanchi. Siamo stati burocratizzati, non abbiamo avuto le mani libere e tante incombenze, forse, potevano essere gestite meglio e sveltite.

Però, la medicina è qualcosa di meraviglioso. Mi manca tanto il rapporto con il paziente, attraverso la “telemedicina” ci perdiamo molto. La medicina è fatta da sei sensi, il sesto è il cuore, ovvero l’intuizione, l’empatia.

Quando incontri una persona, la incontri con tutti i tuoi sensi: vista, tatto, olfatto, udito e anche gusto. Le diagnosi, dopo aver messo insieme i cinque sensi, la fai con il sesto. A volte non hai bisogno neanche di far parlare la persona che hai di fronte ma questo, in via telematica, non è possibile. Quindi si, sono felice di essere un medico.

Caterina Somma

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