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Mercoledì 4 Febbraio 2026 14:02

Nella Striscia di Gaza «la guerra non è finita»



Il parroco latino padre Romanelli racconta alla fondazione Acs una crisi umanitaria e sanitaria senza precedenti. Particolarmente allarmante la situazione dei bambini: dall'inizio del cessate il fuoco ne sono morti 100. Quasi uno al giorno

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«Continuate a pregare, a promuovere la giustizia e la pace e a fornire un sostegno materiale alla popolazione che soffre». Il parroco latino di Gaza padre Gabriel Romanelli affida alla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) il suo appello per la Striscia, che, nonostante il cessate il fuoco, continua a sperimentare una crisi umanitaria e sanitaria senza precedenti. E descrive una situazione «molto grave», segnata dalla sofferenza quotidiana. Non si bombarda più su larga scala, ma la violenza non è cessata del tutto. «Alcuni bombardamenti continuano», spiega il francescano, «in particolare oltre la Linea Gialla», vale a dire la frontiera militare stabilita al momento del cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, che separa le zone controllate da Israele, a est e a sud, dalla zona controllata da Hamas a ovest, dove si trova la parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza City, appartenente al Patriarcato Latino di Gerusalemme.

«Le case vengono distrutte e continuano a registrarsi morti e feriti», sono ancora le parole del parroco, che non lascia spazio al dubbio: «La guerra non è finita, anche se i media danno l’impressione che lo sia». E migliaia di persone continuano a soffrire. Pochi i segni di speranza: le frontiere sono chiuse; le infrastrutture elettriche e idriche sono distrutte; l’acqua è spesso trattata in modo inadeguato, mal conservata o contaminata durante il trasporto o la distribuzione, favorendo la diffusione delle malattie. «È assolutamente essenziale che la guerra finisca – scandisce il religioso -. Sembra che nessuno nel mondo si stia realmente impegnando in modo efficace. I 2,3 milioni di abitanti di Gaza hanno bisogno di condizioni umane minime per ricostruire la propria vita. Ci sono moltissimi malati e feriti senza accesso a cure mediche adeguate o in attesa di poter uscire dall’enclave per essere curati, perché il sistema ospedaliero è diventato un fantasma».

Preoccupa in particolare la situazione dei bambini. Padre Gabriel riferisce i dati Unicef, secondo cui dall’inizio del cessate il fuoco sono morti nella Striscia 100 bambini, quasi uno al giorno. «Non sono morti per cause naturali», sottolinea, alludendo alle conseguenze dirette dei bombardamenti ma anche al freddo e alle condizioni igienico-sanitarie precarie. Oggi la maggior parte della popolazione vive in tende, esposta all’umidità e a un inverno particolarmente rigido e piovoso. «Le malattie respiratorie e digestive si moltiplicano. Tutti noi ci siamo ammalati più volte. Le epidemie stanno peggiorando a causa della mancanza di riscaldamento, di ripari adeguati e di medicinali», racconta. Ad aggravare la situazione, le piogge torrenziali, che hanno provocato il crollo di diversi edifici. «La maggior parte degli edifici è stata demolita, e quelli che sono ancora in piedi sono molto fragili», afferma padre Gabriel, aggiungendo che «uno dei nostri insegnanti ha perso cinque membri della propria famiglia in uno di questi crolli».

Vitali, in questo momento, gli aiuti umanitari. La maggior parte degli abitanti della Striscia infatti ha perso il lavoro, la casa e ogni risorsa. «Dopo il cessate il fuoco le merci riescono a entrare, ma restano inaccessibili a una popolazione priva di mezzi finanziari. Gli aiuti sono quindi indispensabili – sono ancora le parole del parroco – e devono essere incrementati. Cibo, coperte, beni di prima necessità, medicinali: i bisogni sono enormi», avverte, rallegrandosi del fatto che, grazie al Patriarcato Latino di Gerusalemme, gli aiuti siano finalmente potuti entrare. «Il Patriarcato continua a fare un bene immenso per migliaia di famiglie a Gaza», evidenzia, ringraziando amici e partner internazionali come Acs.

Duramente colpita anche l’istruzione. Basti pensare che prima della guerra i tre istituti cattolici del Patriarcato Latino e quello delle Suore del Rosario accoglievano circa 2.250 alunni, ma solo 162 bambini sono riusciti a riprendere la scuola. «Il problema principale è lo spazio», spiega Romanelli, dato che «gli edifici scolastici ospitano i rifugiati». Attualmente nei locali del complesso parrocchiale ne sono ospitati ancora circa 450; un centinaio quelli che hanno deciso di tornare a casa. Poiché l’educazione resta un atto di speranza, la parrocchia ha contattato due grandi scuole private indipendenti (non confessionali e non governative) del quartiere Zeitoun – che prima della guerra accoglievano rispettivamente 1.400 e 1.500 alunni – e ha distribuito quaderni, penne e materiale di base.

Per la comunità parrocchiale, nonostante tutto, il pilastro resta la vita spirituale. «Il cuore della nostra vita – conclude il parroco – resta sempre il Signore nell’Eucaristia».

4 febbraio 2026

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