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Venerdì 13 Marzo 2026 16:03

Intervista a Dario Ferrari

Dopo lo straordinario successo di “La ricreazione è finita”, Dario Ferrari è tornato ad imporsi...

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Dopo lo straordinario successo di “La ricreazione è finita”, Dario Ferrari è tornato ad imporsi all’attenzione del grande pubblico con la sua terza fatica, “L’idiota di famiglia”, uscito nelle librerie italiane il 17 febbraio per i tipi di Sellerio Editore.

Nel romanzo, lo scrittore toscano affronta con stile divertente ed ironico argomenti delicati come il rapporto tra padri e figli e la lenta dissoluzione di qualcosa o qualcuno che si è amato; la sapiente mescolanza di serio e faceto, del resto, non è certo l’unico punto di forza del romanzo.

Ma sarà Ferrari stesso a presentare la sua opera, e a noi non resta che goderci le sue parole e ringraziare l’autore toscano che, incontrandolo dal vivo, si fa subito notare per il suo senso dell’umorismo e per l’autoironia.

 

1) Quanto ti somigliano i personaggi delle tue opere, e in particolare Igor, il protagonista del tuo nuovo romanzo?

In generale i personaggi che fanno da voci narranti ai miei libri (Marcello ne La ricreazione è finita, Igor qui) hanno molti tratti in comune con me, pur senza essere autobiografici: ci sono molti tratti che ci distinguono; forse Igor è più simile a come sono stato, mentre suo padre, il temibile Herr Professor, ha alcuni tratti che mi appartengono oggi, o che temo possano appartenermi.

 

2) A cosa si deve la scelta del titolo “L’idiota di famiglia”?

Il titolo, come spesso accade, è frutto di una serie di mediazioni, e risponde a logiche proprie rispetto al libro. In questo caso però sembrava che la polisemia del termine idiota (l’idiota come sciocco, l’idiota come individuo impolitico, l’idiota dostoevskijano) potesse rispecchiare bene le varie anime del libro, e attagliarsi in momenti diversi a svariati personaggi; al contempo il “di famiglia” permetteva di circoscrivere lo spazio del libro, che è principalmente quello familiare. Certo, il titolo ricordava quello quasi identico che Sartre ha dedicato a Flaubert, ma contiamo che nessuno mi possa scambiare per Sartre.

 

3) Le tue opere sono tutte ambientate a Viareggio. Cosa rappresenta per te questa città?

A Viareggio sono nato e cresciuto, e, sebbene ormai viva a Roma, ci torno spesso e sempre con gioia; e già che ne ho la possibilità faccio in modo di tornarci e di passarci molto tempo anche scrivendo, anche se sono consapevole che ormai la mia

Viareggio è più una ricostruzione fantasticata, continuamente ritoccata, che non una città reale. Inoltre la prospettiva viareggina mi permette di mantenere uno sguardo da provinciale, trasversale e laterale, sulla realtà.

 

4) Uno dei protagonisti del romanzo è il Novecento. Cosa ti colpisce di più di questo secolo?

Vasto programma: temo di non essere in grado di rispondere. È stato al contempo il secolo dei genocidi e quello dell’espansione dei diritti, almeno in occidente; di sicuro è stato un secolo in cui si aveva ancora l’idea che il mondo si potesse cambiare, un’idea che oggi sembra sempre più lontana.

 

5) Uno dei grandi temi del romanzo è la dissoluzione. Vuoi dirci qualcosa di più?

Uno dei titoli che avevo pensato per il romanzo è proprio “Il mestiere di svanire”, perché la dissoluzione costituisce il cuore della storia. A dissolversi è anzitutto il padre del protagonista, Herr Professor, mente lucida e teoricamente inflessibile che è alle prese con la dissoluzione delle proprie facoltà cognitive; ma la dissoluzione è anche quella a cui sente di essere spinto lo stesso Igor, nel suo lavoro di traduttore, un lavoro che ha come obiettivo quello di sparire, non farsi notare, farsi riassorbire dalla parola. In un tempo che chiede a tutti di essere protagonisti, l’atto di sparire può essere a suo modo rivoluzionario.

 

6) Un altro grande tema è il rapporto tra genitori e figli. Credi che un legame complicato come quello tra Igor e suo padre sia più comune di quanto si pensi?

Credo che i rapporti tra generazioni siano complicati, e che anche i rapporti familiari non possano fare a meno di esserlo: quindi sì, decisamente, i legami complicati sono la norma, e probabilmente è inevitabile che sia così.

 

7) Vuoi parlarci di un personaggio particolarmente amato del romanzo, quello di Ester, la sorella di Igor?

Ester in un certo senso è la nemesi di Igor, come spesso accade tra fratelli: tanto lui è riflessivo, circospetto e in ultima analisi incapace d’azione, tanto lei è impulsiva, superficiale e piena di una risolutezza istintiva. A un certo punto Igor dice: “Nel mondo fatato di Ester per vivere bastano ottimismo, sorriso aperto, fiducia nell’umanità e totale sconsideratezza”: tutte doti di cui lui è sprovvisto e a cui guarda con un misto di rimprovero e ammirazione.

 

8) Da gattofila convinta non posso non chiederti di parlarci del gatto di Igor, il Maestro.

Il Maestro costituisce in un certo senso la cartina di tornasole del rapporto altalenante dei suoi due padroni, Igor e Marta, la cui relazione attraversa una fase di mutamento e crisi; e poi costituirà l’oggetto della recriminazione di Igor quando si troveranno a vivere divisi (“Lei tiene in ostaggio il mio gatto!”). In un altro passaggio poi il Maestro diventa il protagonista della metafora con cui, con estrema goffaggine, Igor tenta di impartire al puntuto nipote i rudimenti in fatto di procreazione.

 

9) Hai dichiarato di scegliere i nomi dei personaggi dopo un’attenta riflessione. Come hai scelto il cognome di Badwalds, lo scrittore americano ultraconservatore tradotto da Igor?

Prima di diventare, nell’elaborazione del romanzo, un romanziere in odore di trumpismo, M.M. Badwalds nasce come il grande scrittore di riferimento di Igor, quello in cui vede finalmente nobilitato il suo mestiere di traduttore. Quando ho scelto il nome l’ho fatto in forma di omaggio, americanizzando il nome di un autore italiano a cui voglio molto bene e a cui devo moltissimo.

(C) Foto Pasqualini/MUSA. Tutti i diritti riservati.

Federica Focà

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