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Celio
(Colli)
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Piazza Celimontana - 00184 Roma Celio (Area 1)

In antico Mons Quequetulanus dalle querce che lo ricoprivano, avrebbe preso il nome di Caelius dal capo etrusco Celio Vibenna, che vi si installò prima che il colle fosse occupato da Roma e Tullo Ostilio vi collocasse gli Albani vinti. Divenne in seguito uno dei quartieri più aristocratici dell'Urbe, ebbe numerosi tempi e, per la sua vicinanza al Palatino e al colle Oppio (una delle tre cime dell'Esquilino), fu in parte occupato dalle costruzioni Nenoriane. Continuò la sua importanza anche nell'Alto Medioevo, per la vicinanza del Laterano.

Gli incendi ed i saccheggi seguiti alla presa di Roma per opera di Roberto il Guiscardo (1084) lo devastarono completamente. Da allora il Celio rimase semideserto, con pochi edifici, quasi tutti religiosi, sparsi tra il verde.

Oggi il suo aspetto è alquanto mutato, tuttavia esso rimane il meno abitato e forse il più suggestivo dei colli romani per la sua quantità di verde e di chiese di antica tradizione.

Una delle vie di accesso è la via Claudia, che costeggia a destra le imponenti murature in mattoni, movimentate da nicchie, del Tempio di Claudio, costruito da Agrippina, madre di Nerone, e da lei dedicato al suo secondo marito. Nerone lo trasformò in un ninfeo e Vespasiano lo rifece sontuosamente.

Sull'alto del colle Piazza della Navicella con la sua graziosa fontana della Navicella, costituita da un modello di nave romana in marmo, posto su un piedistallo fregiato dell'arme e del nome di Leone X (1513). Anche la navicella, copia di un qualche ex-voto d'epoca antica di soldati, che avevano nei pressi il loro quartiere (castra peregrina), è del tempo di Leone X.

Di fronte, la chiesa di Santa Maria in Domnica, costruita nel secolo VII sui resti di una costruzione romana di nessuna importanza: ampliata da Pasquale I (817-24), rinnovata nel 1513 dal cardinale Giovanni de' Medici, poi Leone X, restaurata ancora nel 1820. Il nome proviene dall'appellativo dominicum dato nei primi secoli ai luoghi di culto cristiani. La semplice facciata rinascimentale è preceduta da un elegante ampio portico a cinque arcate su pilastri e lasene, d'ordine dorico e di ispirazione bramantesca, dovuto, nel 1513, ad Andrea Sansovino.

A sinistra della chiesa, il grandioso portale d'ingresso del tardo Cinquecento (proveniente dalla Villa Massimo) della Villa Celimontana, già Villa Mattei, acquistata dalla famiglia Mattei nel 1553 e successivamente sistemata con casino di Giacomo Del Duca nel 1581-86, ed oggi Parco Pubblico.

La villa ricopre, su grandiose murature per gran parte d'età flavia, tutte le pendici occidentali del Celio con la lussureggiante vegetazione di conifere, palme, lecci e allori, formanti gallerie. Alla fine del vialetto fronteggiante l'ingresso, a sinistra l'obelisco egizio dedicato a Ramses II, già situato sul lato destro dell'ingresso al convento di Aracoeli e nel 1584 donato dal Senato Romano a Ciriaco Mattei, che lo fece erigere in questa villa.

In mezzo alla villa, popolata di sculture, statue, cippi, colonne e altri marmi di scavo, è la sede della Società Geografica Italiana, fondata in Firenze nel 1867 e trasferita a Roma nel 1872.

Al margine Nord, presso un'uscita secondaria, si possono vedere i fianchi l'absidiola della chiesta di San Tommaso in Formis, con minuscole finestre. Da qui, un viale rettilineo porta al monumentale ingresso originario della villa del 1650, che prospetta sulla Piazza Santi Giovanni e Paolo ove sorge la Basilica omonima.

La Basilica dei Santi Giovanni e Paolo fu realizzata nella casa di due ufficiali della Corte Costantiniana, martirizzati nel 362 da Giuliano l'Apostata. Poco tempo dopo, intorno il 398, il senatore Bizante e suo figlio Pammachio, pure senatore, eressero sopra il venerato santuario dei due martiri la basilica come, nel suo complesso e pur attraverso mutamenti, è pervenuta fino a noi. Devastata nel 410, dalle orde di Alarico, fu consolidata, e così dopo il terremoto del 442, sotto Leone I, e dopo il saccheggio di Roberto il Guiscardo nel 1084. Al tempo di Pasquale II (1099-1118) il Cardinale Teobaldo riedificò l'attiguo convento e iniziò il campanile, che fu ultimato, alla metà del secolo XII, dal Cardinale Giovanni di Sutri. A questi si deve anche l'attuale portico, eretto in sostituzione dell'antico nartece. Restauri, alterazioni ed aggiunte furono eseguite nei successivi secoli fino al 1715 quando il Cardinale Fabrizio Paolucci promosse la quasi totale trasformazione interna.

Scendendo nella Via di San Gregorio (che segue il tracciato dell'antica Via Triumphalis, cosi detta perché era percorsa dai cortei trionfali), ove si notano i resti dell'acquedotto Nenoriano (diramazione dell'acquedotto Claudio per alimentare la Domus Aurea), si giunge a Piazza di Porta Capena, così detta dall'antica apertura nella cinta serviana dalla quale aveva inizio la Via Appia. La piazza è una vasta spianata tra le propaggini del Celio, del Palatino e dell'Aventino, con a destra il Parco del Circo di Massimo e a sinistra la Via delle Terme di Caracalla. Di fronte il grande e moderno edificio sede della F.A.O. (Food and Agriculture Organization). Al centro era l'Obelisco di Axum, del IV secolo, alto metri 24, scelto fra quelli che si trovavano nella città santa d'Etiopia e portato a Roma nel 1937. Oggi resituito al Governo Etiopico.

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