Giovedì 9 Aprile 2026 13:04
Lo sguardo lirico di Louise Glück


Nell'ultima opera del Nobel per la Latteratura del 2020, "Vita nova", il peso del passato sembra incombere come una presenza incomprensibile, come un tributo da saldare
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Ogni nuova raccolta di Louise Glück (1943-2023), premio Nobel per la Letteratura nel 2020, che viene tradotta nella nostra lingua da Massimo Bacigalupo, rappresenta un piccolo evento per i suoi, forse pochi ma sicuramente appassionati, estimatori. L’ultima, in ordine di tempo, s’intitola Vita nova, sempre nelle edizioni del Saggiatore, pubblicata per la prima volta nel 1999, quando l’autrice aveva 56 anni ed era probabilmente reduce da una storia d’amore finita male: in questi versi sembra celebrarne le esequie, chiamando a raccolta per farlo le Grandi Signore del Fato: da Didone, regina di Cartagine abbandonata da Enea lanciato nella fondazione di Roma, a Euridice, sprofondata nell’Ade dopo che Orfeo cedette alla tentazione di voltarsi indietro a guardarla. E così l’invisibile alter ego, al tempo stesso protagonista e osservatrice esterna, sente di essere piombata al centro di un’aubade (poesia in cui gli amanti si svegliano all’alba pronti a separarsi): «In quegli anni prendevo il tempo molto sul serio, / se ricordo bene», dove la fine del legame annuncia l’arrivo della morte.
Come spesso in Louise Glück il peso del passato sembra incombere alla maniera di una presenza incomprensibile, una misteriosa operazione matematica, un tributo da saldare, tipica incombenza dei nascituri «che vengono al mondo / colpevoli di molti crimini. / E cosa siano questi crimini / nessuno lo sa all’inizio. / Solo dopo molti anni lo si sa. / Solo dopo una lunga vita si è preparati / a leggere l’equazione». Badiamo bene: leggere, non decifrare, né risolvere. Prima di noi esisteva un’unità che ha fatto presto a frantumarsi e tuttavia non smettiamo di agognare: «Il mondo / un tempo era integro visto che / è andato in pezzi. Quando è andato in pezzi, / abbiamo capito che cosa era». Da piccoli ci limitavamo ad intuire la possibilità di tale condizione primigenia, immaginando di vederla rappresentata nelle frutterie dove accompagnavamo nostra madre: «I negozianti / erano come i genitori; sembrava / che ci vivessero…». Solo crescendo abbiamo preso atto della solitudine umana: «Ecco cosa è il mare: / esistiamo in segreto».
Lo sguardo lirico di questa poetessa americana possiede una forma riflessiva senza mai scadere nel ragionamento, in quanto si lega a ciò che lei vede, come quando osserva un uccellino impegnato a costruire il nido: «Prendeva quello che c’era: / il materiale disponibile. Lo spirito / non bastava… / Come tesseva? Tesseva / con cura ma senza speranza, i pochi rametti / con un minimo di morbidezza, una qualche flessibilità, / preferendoli a quelli rigidi, recalcitranti… / Aveva il suo compito: / immaginare il futuro… / Io non avevo nulla con cui costruire…». Sembra una chiusura fallimentare. Eppure, pochi versi dopo, Louise Glück, è pronta a stupirci: «Poi fu primavera ed ero inspiegabilmente felice. / Sapevo dove ero: a Broadway con la borsa della spesa».
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